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L’ultimo calzolaio del Lido è senza eredi. «Pronto a insegnare il mestiere»

L’appello di Antonio Moressa: «Non voglio che questo diventi un negozio di souvenir». L’artigiano cerca un imprenditore a cui cedere l’attività e giovani da preparare

Maria Ducoli
Aggiornato alle 1 minuto di lettura
Antonio Moressa con i famigliari in occasione degli 80 anni del negozio di via Sandro Gallo al Lido 

È affranto Antonio Moressa, ultimo calzolaio del Lido. Proprio qualche giorno fa si era svolta la festa per gli ottant’anni del suo negozio, festeggiati con i suoi clienti storici, ma anche con dei membri della Municipalità del Lido e di Confartigianato, di cui ha fatto parte a lungo.

Festa amara

Festeggiamenti dal retrogusto amaro, perché Moressa è da un anno che cerca qualcuno che possa prendere il suo posto. Settantasei anni compiuti, dopo una vita in bottega è venuto il momento di riposare. Ma non è così facile, perché sembra che nessuno voglia più dedicarsi all’artigianato.

«Cerco un imprenditore o una famiglia che voglia subentrare e a cui io possa cedere l’attività. Il negozio è articolato su tre nuclei, non è piccolo», spiega raccontando l’evoluzione di quella piccola bottega aperta nel 1942 da suo padre Alessandro, arrivato al Lido dalla Riviera del Brenta.

Tutta la famiglia

In quei pochi metri profumati di cuoio, Antonio è cresciuto aiutando i genitori dopo la scuola, fino a diventare lui stesso calzolaio. Nel 1957 l’attività viene spostata di poco per acquisire più spazio. Insieme a lui subentrano anche la sorella Rosalia prima e la figlia Anna poi.

Iniziano a vendere non solo scarpe ma anche abbigliamento e intimo però – e Antonio lo ribadisce – lui è nato artigiano e si sente tutt’oggi un artigiano. «La pelle è anche la mia pelle», commenta accompagnando con un sorriso le sue parole.

«È un lavoro che dà soddisfazione. Ho fatto camminare persone che non riuscivano a farlo, soprattutto negli anni della poliomielite», racconta con orgoglio. Moressa continua spiegando come probabilmente le istituzioni e la scuola dovrebbero fare di più per incentivare l’artigianato.

«Insegno io»

«Adesso ci sono gli stage, ma non so se vadano davvero bene. Questi ragazzi hanno bisogno d’imparare un mestiere, non di essere messi tutto il giorno a pulire o a non far niente o, al contrario, ad essere persino sfruttati. Se riuscissi a trovare qualcuno interessato all’attività, sarei disposto ad insegnare il mestiere», continua, mostrando quanto la sua professione gli stia a cuore.

A suo parere, ciò che serve è la sinergia. «Non lo dico solo per me», spiega, «ma anche per gli altri. Non vorrei che gli anni di sacrifici e lavoro della mia famiglia diventino un negozio di souvenir».

Al di là del caso specifico, serve che il commercio di vicinato, con le sue tradizioni e competenze, non muoia con la serranda abbassata del titolare. Servono giovani che lo portino avanti, perché altrimenti le città scompaiono.

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