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Eraclea, Donadio se la prende con gli investigatori. «Nessun legame con i clan, io una vittima»

Giovedì un’altra udienza fiume. La deposizione del presunto boss prosegue giovedì, poi spazio alle centinaia di testi della difesa

roberta de rossi
2 minuti di lettura

Luciano Donadio e, a destra, una fase del processo in corso nell’aula bunker di Mestre

 

Luciano Donadio raccontato da Luciano Donadio: giovedì, per lui, terza udienza fiume di narrazione e arrabbiature, al processo ai “casalesi di Eraclea”.

La storia - dice di sé al Tribunale, l’uomo che la Procura accusa di aver guidato un’associazione di stampo mafioso - è quella di un muratore nato a Casal di Principe e venuto al Nord per lavorare («Abbiamo fatto anche il rivestimento del palazzo della Finanza a Mestre») e che poi ha avviato una cooperativa ad Eraclea, assumendo molti compaesani, compreso Raffaele Buonanno, che i pm Terzo e Baccaglini ritengono l’altro uomo forte del gruppo che per vent’anni avrebbe dettato legge sul litorale: «Aiutavo chi era giù e non lavorava, perché il lavoro salva dalla delinquenza».

Rispondendo alle domande dei suoi legali - gli avvocati Giovanni Gentilini e Renato Alberini - Donadio respinge l’immagine di uomo di camorra, per dirsene semmai vittima: «Nessuno della mia famiglia ha mai fatto parte di clan: ma nemmeno immaginarlo, abbiamo una mentalità diversa».

Ma i contatti sono testimoniati dalle intercettazioni. «Quando mi trasferisco a Venezia», dice Donadio, «qualcuno tramite Buonanno voleva arrivare a me, perché sapeva che lavoravamo. Daniele Corvino è stato il primo a farsi avanti: il mio primo contatto con un camorrista. È stato un incubo per me, ho dovuto fingermi amico: voleva un pizzo, ma non ho mai accettato. Non gli ho mai dato danaro nella forma della “mesata”: lui avrebbe voluto ma io sono un tipo ribelle».

Ma non troppo: »Cedevo pur di far stare tranquilla la mia famiglia a Casale. Per fortuna è stato arrestato nel 2001: lui voleva da me 20 milioni, davo qualche centinaia di euro alla moglie come tattica per tenermeli buoni. Facevo finta di essere amico, ma non era vero».

Donadio punta a capovolgere le tesi dell’accusa, spiegando di «aver fatto l’anguilla». Dopo Corvino, dice, «c’è stato Renato Bianco che diceva a Raffaele cosa dirmi; mi minacciavano di ammazzami il padre, la moglie. Aspettavo che le forze dell’ordine intervenissero...forse volevano che andassi giù a dare soldi, ma io ho detto che non sarei andato».

Perché non ha chiamato i carabinieri, gli chiedono gli avvocati? «Perché in quegli anni significava far morire a qualcuno: l’antimafia vera è stata brava dopo a smontare questa roba qua. Potevo chiedere aiuto a persone più grandi per far star zitti quelli che volevano soldi da me, ma non faceva per me. Poi sei in debito e io volevo fare l’anguilla. I regali che mandavo giù a Natale erano panettone e prosecco, piccola cosa perché non volevo che facessero male alla mia famiglia».

La contro-narrazione di Donadio non è sempre pacata. Come gli è già capitano in precedenti udienze, all’improvviso si infiamma, alza la voce, se la prende con gli investigatori che lo intercettavano, ma secondo lui non sono intervenuti per salvarlo (nell’ultima udienza, il pm Terzo gli aveva replicato che il tono delle intercettazioni era amichevole, non quello di una vittima). Ad un certo punto anche l’avvocato Gentilini lo riprende: «Non ammetto turpiloquio, io così non continuo». Pausa pranzo per calmare gli animi.

L’esame di Donadio proseguirà anche giovedì 24, quando si affronteranno le bancarotte delle sue società, i rapporti bancari. Poi toccherà ai testi delle difese: solo quella di Donadio vorrebbe citarne oltre 250, tra investigatori e camorristi, questori, prefetti (compresa l’ex ministra Lamorgese) e parti civili (come il presidente della Regione Zaia). Se per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato è già arrivata la condanna anche in Appello, per il processo in aula bunker la fine è ben lontana. 

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