Indennità di troppo e mai restituite, a Venezia l’Ipab vuole indietro oltre 400 mila euro

Istituzione veneziana, un anno fa la messa in mora di due Cda però nessuno ha versato le somme. E ora partono i solleciti

VENEZIA. «Se c’è stato un errore restituirò». «Non appena sarà possibile restituirò la somma». «C’è stato un errore? Giusto correggere». Così, un anno fa, rispondevano alcuni dei membri degli ultimi due consigli di amministrazione dell’Ipab Istituzione Veneziana (nel periodo 2011-2020) sollecitati, tramite una raccomandata, dallo stesso ente a restituire la parte di indennità percepita in eccesso rispetto ai limiti previsti dalla legge.

È trascorso un anno da quelle raccomandate di messe in mora ma quei soldi, nel complesso oltre 400 mila euro, non sono mai stati restituiti e non sono mai tornati nelle casse dell’Ipab. E così il presidente dell’ente Stefano Rossi e il direttore Marino Favaretto – direttore ancora per poco perché sta andando in pensione e pare che a sostituirlo arrivi Andrea Zampieri, dirigente Ipav che fu anche sindaco di Campolongo alla guida di una maggioranza di centrodestra – nei giorni scorsi per conto dell’Istituzione hanno inviato una seconda raccomandata per chiedere la restituzione delle somme. La raccomandata è arrivata quindi agli ex consiglieri Valter Rosato, Mauro Piazza, Giulia Bacciolo, Sandra Licciardi, Coccato, Emilio Trame, Luigi Polesel (l’attuale presidente di Ipav), oltre che all’ex presidente Luca Segalin.

L’ex presidente Segalin, ininterrottamente alla guida dell’Ipab nel decennio preso in considerazione, è colui che deve restituire la somma più alta, più della metà degli oltre 400 mila euro, ed è l’unico che fino ad ora, nemmeno a parole, si è detto disponibile a restituirla sostenendo che l’errore commesso anni fa non sia certo imputabile a lui e che quindi non sia corretto chiedere a lui la restituzione dei soldi. A rendersi conto dell’errore è stato, al suo arrivo a fine 2020, il nuovo revisore dei conti Maurizio Interdonato che ha esperienza di revisore anche in altre Ipab, dove valgono quindi le stesse norme, e non da ieri.

Le indennità del Cda sono fissate da una legge regionale del 1997, poi modificata nel 2007: prevede che il tetto massimo delle indennità previste per il Consiglio di amministrazione sia pari allo 0,6% delle entrate correnti riferite all’ultimo conto consuntivo. Con entrate pari mediamente a 2 milioni di euro il monte complessivo di indennità per il Cda di Istituzione veneziana dovrebbe essere quindi di 12 mila euro.

Ma basta leggere i bilanci degli anni contestati per verificare che la somma attribuita al Cda, soprattutto al presidente, è stata molto più alta, tra i 40 e i 50 mila euro.

Non a caso, nel bilancio di previsione per il 2021, il primo sotto il revisore unico, l’indennità del Cda era stata regolarizzata e messa a bilancio per 13 mila euro mentre nel bilancio di previsione del 2020 era prevista addirittura in 60 mila euro. Dopo aver confrontato tutti i bilanci, verificate le somme in eccesso ricevute, un anno fa dall’ente sono partite le raccomandate. Ma in questi dodici mesi di euro non ne è tornato neppure uno nelle casse dell’ente.

E così l’Istituzione è tornata chiederli. Un passaggio che sarebbe avvenuto dopo un ulteriore confronto con la Regione, cui spetta la vigilanza sulle Ipab. «Credo che questa vicenda dopo questo ulteriore confronto sia alle battute finali», dice Polesel, «per ciò che mi riguarda li restituirò». Per gli ex consigliere si parla di poche migliaia di euro a testa. «Di questa vicenda non ne posso più», dice l’ex consigliere Rosato, preside a San Donà, «mi ero detto da subito disponibile a restituire la somma, nel mio caso circa 3 mila euro, ma lo stesso ente mi aveva detto di aspettare. Ora li restituirò di sicuro».

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