Arbitro di basket di Noale sconfigge il cancro e torna in campo

Sebastiano Carraro in campo come arbitro (foto dalla pagina Fb La Giornata Tipo)

La storia di Sebastiano Carraro, che ora vive in Lombardia, raccontata sulla pagina Fb La Giornata Tipo: “Era una promessa: se guarisco, torno ad arbitrare”. Domenica ha ripreso il fischietto per la partita del figlio

NOALE. «Quando mio figlio Giorgio ha fatto canestro è stata una liberazione». Erano più di dieci anni che Sebastiano Carraro aveva messo da parte fischietto e divisa da arbitro di basket. Ma domenica, dopo mesi di battaglia contro un sarcoma alla gamba che gli impediva di camminare, è tornato in campo. Cominciando proprio dalla partita di basket del figlio. «Era una promessa, se guarisco torno ad arbitrare», ha raccontato alla pagina Facebook la Giornata Tipo.

Prima della malattia, per il 39enne originario di Noale e residente a Lissone, la lontananza dal campo era stata una scelta dettata da cause di forza maggiore: «Ho arbitrato fino ai 26 anni, avevo iniziato quando ne avevo 12. Sono arrivato fino alla serie B e mi sono fermato proprio a un passo dalla serie A». Impossibile conciliare l'impegno da arbitro con il lavoro e la famiglia, anche se l'amore per il basket è sempre rimasto. Poi, due anni fa, Sebastiano ha notato una piccola ciste sulla gamba, trovata mentre faceva ginnastica in casa, durante il primo lockdown.

Settimane di esami, nel pieno della pandemia, fino alla notizia: un liposarcoma, tumore raro e aggressivo. Per coincidenza, anche la fase della diagnosi è stata segnata dalla pallacanestro: «Il giorno della biopsia, mentre ero sul lettino è entrato il chirurgo per fare il consulto e mi ha detto 'Seba, ma ti ricordi? Abbiamo arbitrato insieme a Verona, sono Sandro!'. Era un ex collega arbitro, Sandro Pasquali, anche lui veneto e trapiantato in Lombardia».

Con la diagnosi è iniziato un percorso che l'ha visto in sedia a rotelle, ad affrontare cicli di chemio e radioterapia. A settembre, con un intervento i medici hanno rimosso il sarcoma e tutto il bicipite femorale. Da allora, sei mesi di fisioterapia e di ginnastica gli hanno fatto raggiungere il traguardo di smettere di zoppicare e di fare una piccola corsa. Un traguardo che gli ha permesso di mantenere la promessa che si era fatto nel momento in cui aveva ricevuto la sua «sentenza»: «Mi sono detto, devo tornare in campo e devo farlo per i miei figli», racconta Sebastiano. A Giorgio e Vittoria, rispettivamente 10 e 8 anni, il padre ha trasmesso la passione smisurata per la pallacanestro: entrambi giocano nella squadra di Macherio, e anche Vittoria era alla partita, seduta in panchina. Per Sebastiano, vedere il figlio fare canestro ha significato uno spartiacque: «Poi, certo, questo è un percorso fatto di controlli e follow up. Ma quel momento è stato una liberazione».

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