25 aprile, l’appello di Venezia: «L’Ucraina è stata invasa, ma ora tacciano le armi»

Il presidente della comunità ebraica Calimani ricorda la deportazione di 254 ebrei: «La pace, come la libertà, è obiettivo faticoso: fermiamo la tragedia della guerra»

VENEZIA. «Il pacifismo non è silenzio e non è equidistanza, non è indifferenza alla tragedia di una nazione invasa».

Così il presidente della comunità ebraica Dario Calimani, ha chiuso il suo intervento dal palco in campo del Ghetto Nuovo, che ohn anno ospita le celebrazioni ufficiali della Città di Venezia, dell’Anpi, della Comunità ebraica, dell’Istituto studi della resistenza per celebrare la Festa della Liberazione.

Nessuna traccia delle polemiche forti che negli ultimi giorni hanno accompagnato il dibattito nazionale.

Davanti al monumento che ricorda i 254 ebrei veneziani deportati dai nazifascisti nei campi di sterminio - solo 8 tornarono - davanti agli stendardi dei gruppi partigiani, la scelta di campo è netta: la città sta con l’Ucraina e il 25 aprile a Venezia si celebra in nome della pace, dell’accoglienza e della richiesta di più diplomazia. Non di più armi.

«In questi giorni si parla molto di pace e ci si divide su come raggiungerla», ha aggiunto Calimani, «come la libertà, la pace è un obiettivo faticoso che non esiste senza la libertà. La pace senza la libertà è mutilata, offesa. La tragedia dei nostri giorni è l’incubo delle nostre notti: non ci si sente di proporre analogie con la Resistenza, ma si può prendere ugualmente posizione contro un’ingiustizia, contro un’invasione, contro un massacro, contro lo stupro delle donne, i bambini e i civili innocenti giustiziati sulle strade».

La banda di Pellestrina suona “O bella Ciao”, molti i giovani presenti: il canto si fa corale.

Venezia, le note di "Bella Ciao" in campo del Ghetto

«Il 25 aprile ci ricorda la lotta per la democrazia e la libertà», commenta Giulia Albanese, presidente dell’Iveser, «condotta da generazioni e appartenenze politiche diverse e ci spinge a riflettere in maniera critica, ad opporci alle violazioni dei diritti civili e umani di oggi e ad operare perché la pace possa prevalere. All’indomani della Seconda guerra mondiale partigiani e partigiane, assieme alle forze che hanno contribuito alla vittoria della democrazia, si sono unite per creare le condizioni per una pace duratura. In parte ci sono riuscite. Oggi dobbiamo ripensare queste istituzioni e rimettere al centro del lavoro la vita degli uomini e delle donne, il loro benessere e sopravvivenza».

Assente sul palco, il sindaco Luigi Brugnaro ha affidato all’assessore De Martin il suo messaggio alla Città, schierandosi apertamente a fianco dell’Ucraina.

«Purtroppo in queste settimane la storia sta tornando a farsi cronaca, facendo rivivere all’Europa e al mondo la tragedia della guerra. Ecco perché abbiamo il dovere di trasformare questo 25 Aprile in un momento per innalzare un inno alla pace, alla libertà, alla vita, al coraggio. Per Piero Calamandrei, padre costituente, la libertà aveva lo stesso valore dell’aria della quale si percepisce l’importanza non appena inizia a mancare. Per questo la bandiera ucraina blu e gialla esposta dal Comune è il simbolo tangibile della scelta che ha fatto Venezia di schierarsi a fianco dell’Ucraina e del suo popolo».

Perciò, conclude il sindaco nel suo messaggio, Venezia grida il suo convinto “no” alla guerra e alla violenza, chiedendo che il tragico massacro di innocenti cessi immediatamente».

Tra le calli della città, con un piccolo corteo diretto a Mestre, risuonano gli sloga dei ragazzi e delle ragazze del Fronte della gioventù comunista. «Siamo scesi a fianco dell’Anpi per dare il nostro contributo in questo 25 aprile, non con nostalgia», dice Tobia Navarro Dina, «ma per affermare una piena identità antifascista nei luoghi di lavoro e di studio. Il 25 aprile è una data attuale perché lo sono i valori della Resistenza: noi siamo contro Putin e contro la Nato, ci schieriamo con i popoli contro l’imperialismo di conquista di aree strategiche, che non si risolve con le armi». —

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