Marghera, la scultura della mano senza pace né casa. Plebani: «Serve una collocazione dignitosa»

La scultura di Mario Irarrázabal, che rappresenta una mano, è posta davanti al Vega

Appello della scrittrice: «Irarrázabal è uno dei più grandi artisti dell’America Latina, l’opera non merita l’abbandono»

MESTRE. Ci sono “mani” di pietra, mostrate, fotografate, amate. Come quelle dell’artista Quinn che hanno trovato casa dal forte di Marghera all’Arsenale. E ci sono “mani” d’arte, che invece non trovano pace .

Realizzata per la Biennale di Venezia del 1995, in calcestruzzo, la grande “Mano” del maestro cileno Mario Irarrázabal aveva trovato posto tra l’Arsenale e Riva sette Martiri ma poi venne spostata a Marghera, a fianco del Vega che all’epoca ospitava il consolato cileno, e che ha pagato il trasporto.

Oggi ha bisogno di un restauro e di una valorizzazione. Da 27 anni è finita dimenticata in mezzo ai rovi tra Parco scientifico Vega e ingresso della Fincantieri.

Ora convive con i lavori della maxi viabilità di via della Libertà. Chi ha provato a chiederne la valorizzazione in questi quasi 30 anni è rimasto deluso e non si è andati oltre la promessa di ricollocarla, forse al centro di una rotatoria. La storia della “Mano” del grande artista dell’America latina, pare una condanna all’oblio. Venezia, la città aperta all’arte mondiale, di qua dal ponte, non è riuscita a valorizzare una opera che altrove ci verrebbe invidiata.

Lo ricorda con un appello al sindaco Luigi Brugnaro la storica e scrittrice Tiziana Plebani che alla “Mano” ha dedicato anche il romanzo “Un posto dove stare” (titolo quanto mai eloquente). La Plebani si rivolge direttamente a Brugnaro. «Nonostante le ripetute sollecitazioni e alcune risposte della Commissione Cultura dell’Amministrazione comunale, la Mano di Mario Irarrázabal, il più importante scultore cileno e tra i grandi dell’intera America latina, è sempre più isolata e abbandonata in mezzo ai lavori che si stanno realizzando di fronte al Parco Scientifico Tecnologico (Vega) nei pressi dell’entrata della Fincantieri. Si erano fatti avanti alcuni parchi cittadini, specialmente Forte Mezzacapo, disposti a pagare le spese di trasporto e di restauro e l’artista da me contattato aveva dato il suo assenso. Nel frattempo il manufatto è stato liberato da rami caduti e immondizie dal personale del Fablab (Laboratorio per la cultura digitale) e anche dagli studenti del corso di Tecnologie della conservazione e del restauro di Ca’ Foscari. Perché mai si persiste a non scegliere una collocazione alla statua che equivale a lasciarla degradarsi senza alcuna cura?», chiede la scrittrice.

E prosegue: «La Mano ha una forte connotazione simbolica, potrebbe anche rimanere nell’area di Porto Marghera a ricordare la fatica del lavoro e insieme l’invito all’accoglienza (la mano aperta) del vasto mondo che cerca di ricavare il proprio sostentamento nelle fabbriche», dice. «Purché abbia un posto centrale, riconosciuto e possa rivestire il ruolo di ospite illustre che riceve e accompagna, un totem che evoca la grande epopea del lavoro (...) e che continua, pur nella riduzione della produzione. Si scelga dunque la sua adeguata collocazione per il rispetto dovuto alla personalità e allo spessore filosofico e culturale di Mario Irarrázabal».

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