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Il colloquio. Amerigo Restucci e il futuro di Venezia. «Da soli non c’è avvenire»

«La trasformazione della città vive di progetti slegati tra loro. Serve un altro tipo di approccio, chiamatelo “dal basso”, con l’aiuto dei cittadini». La continua trasformazione di palazzi in alberghi: «Serve portare qui giovani studenti che poi restino in città ad abitare, non solo turisti»

Enrico Tantucci
2 minuti di lettura

«Venezia “vive” in questo momento di progetti slegati relativi alla sua trasformazione futura, alcuni anche con elementi di interesse, ma quello che manca, palesemente, è un’idea unitaria del futuro di questa città, che si dovrebbe costruire dal basso, anche con la collaborazione dei cittadini e delle categorie economiche».

È l’opinione di un attento osservatore delle trasformazioni urbane di Venezia e del suo territorio, come il professor Amerigo Restucci, già rettore dello Iuav e ora anche procuratore di San Marco.

Amerigo Restucci, architetto paesaggista di origini lucane ma ormai da molti anni a Venezia, è stato professore ordinario di Storia dell’Architettura all’università Iuav di Venezia, ateneo di cui è stato anche rettore, ed è attualmente procuratore della Basilica di San Marco. Le sue ricerche sono incentrate in particolare sulla storia dell’architettura e del territorio. Tra i numerosi incarichi che ha ricoperto, quello di membro del Consiglio superiore del ministero dei Beni culturali, quello di consigliere della Biennale e di presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. 

 

«Ad esempio la nuova definizione degli spazi dell’Arsenale» spiega «vede la Biennale protagonista con l’uso di buona parte dei suoi spazi ad usi espositivi e per le nuove attività d’archivio, oltre a quelle del Salone Nautico, ma nulla è previsto per il rilancio di quelle attività artigianali tradizionali che sono parte della città e che qui potrebbero trovare, in un nuovo contesto, nuova vita».

«La stessa Biennale si è sempre occupata anche di arti applicate, con una scuola di design attiva negli anni Sessanta e poi chiusa. Perché Biennale e Comune non pensano anche a questo? Serve appunto una progettazione dal basso, come ad esempio quella che Adriano Olivetti concepì per il piano territoriale di Ivrea, con il coinvolgimento anche di artigiani e operai».

Un approccio che per Restucci è applicabile anche alla riqualificazione dell’Ospedale Al Mare del Lido, ora legata al progetto di nuovi resort di lusso che Cassa Depositi e Prestiti sta conducendo, con qualche oggettiva lentezza, con Th Resorts e Club Mediterranée.

«In un momento in cui il problema della salute e del benessere fisico è così centrale anche nel nostro Paese, siamo davvero convinti che la soluzione sia la costruzione di nuovi alberghi? Venezia ne è già piena si dovrebbe piuttosto pensare a riqualificare quelli già esistenti. All’Ospedale al Mare riqualificato potrebbero trovare posto invece attività legate alla cura della persona e al welness, come è nella storia stessa di questo luogo».

«E pensiamo di trasformare in un nuovo albergo anche le Fabbriche Nuove di Rialto, subito dopo che gli uffici giudiziari nel giro di qualche anno le lasceranno vuote per essere trasferiti nella Cittadella della Giustizia di Piazzale Roma?».

«Ho visto che il sindaco Brugnaro pensa di utilizzare i fondi del Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per una nuova Cittadella dello Sport nel Quadrante di Tessera. È questa, in questo momento, la priorità per il nostro territorio e per i suoi cittadini? Nutro forti dubbi in proposito».

Per Restucci, anche gli atenei cittadini, sia Ca’ Foscari, sia Iuav, potrebbero svolgere un ruolo più attivo nella rivitalizzazione della città e anche nella ricerca di nuova cittadinanza.

«Penso a quanto sta facendo l’Università di Bologna» ricorda «che ha avviato un censimento degli alloggi liberi negli Ipab, gli Istituti pubblici di assistenza e beneficenza, per contribuire alla loro manutenzione e poi metterli a disposizione degli studenti universitari fuori sede in cerca di un’abitazione. Perché non si può fare lo stesso a Venezia dove gli Ipab sono numerosi, inserendo davvero così questi giovani nel tessuto residenziale della città?».

«Se vogliamo che si fermino a vivere e a lavorare a Venezia, offrendogli questa possibilità in concreto, bisogna iniziare dal mettergli a disposizione un alloggio a prezzi contenuti. Sono tasselli di un’idea generale del futuro di Venezia che è proprio quella che manca in questo momento e di cui ci sarebbe un grande bisogno». —

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