Folla di 500 persone ai funerali di Simone L’ultimo saluto del padre «Orgoglioso di lui»

Una gigantografia apposta dagli amici all’esterno della chiesa  Dura nota di Rifondazione: «Non rispettate le norme sulla sicurezza» 

la cerimonia

Una folla di 500 persone ha partecipato ieri al funerale di Simone Pacchiega, il 27enne di Brussa morto sul lavoro lunedì nell’azienda speciale Vallevecchia di Veneto Agricoltura, annegato sul Baseleghe schiacciato dal trattore che stava manovrando. Sotto un caldo soffocante, il feretro ha raggiunto la chiesa di Sant’Antonio Abate. Ad attendere la bara, in legno grigio sovrastata da rose bianche, c’erano i compagni calciatori della Giussaghese calcio, di cui Pacchiega era da anno storico dirigente dopo essere stato calciatore.


I calciatori hanno scortato il feretro in chiesa dopo avere porto sulla bara una maglietta con tutte le firme, dinanzi ai genitori e al fratello. Poco distante nel piccolo corteo che ha avuto accesso in chiesa, c’era anche la fidanzata Anna. Vestita di nero, con le lacrime nascoste dietro un paio di occhiali, era sostenuta dal padre, militare dei carabinieri. Presente il comandante di Villanova di Fossalta, Simone Muccin. Poi hanno fatto ingresso in chiesa i nonni. Si sono levati applausi. Don Carlo Carolo ha illustrato il contenuto delle letture. «Che spreco. Di fronte a un 27enne che ci lascia. Simone ha donato tanta gioia e ora tutti noi ricambiamo con affetto stringendoci ai familiari». Parlando a braccio, nel finale, ha preso la parola il padre Fabio. «Voglio ringraziare tutti. In particolare i compaesani della Brussa e delle altre località, la famiglia Conte, il coro che ci ha permesso di rendere più lieta questa funzione. Simone voleva la gioia. Io non voglio vedere le lacrime. Stasera quando andate a casa date un bacio a chi volete bene. Non siamo mai così affettuosi con chi amiamo. Ringrazio le forze dell’ordine qui presenti e la famiglia di Anna. E poi i nonni e la Giussaghese. Simone era per me un orgoglio per tutto quello che ci ha insegnato e ci ha dato. Era un amore». Letti da don Carolo messaggi della Giussaghese e la lettera della fidanzata.

Nel giorno dei funerali di Simone c’è anche la dura nota del Comitato regionale di Rifondazione Comunista. «Si muore sul lavoro perché non vengono rispettate le norme sulla sicurezza, perché mancano i controlli, perché i profitti ed il contenimento dei costi vengono prima delle tutele necessarie. Simone è morto da solo, perché da solo stava lavorando e nessuno ha potuto aiutarlo o soccorrerlo. È questa la prima causa di questa nuova tragedia. Una condizione inaccettabile che lavorasse da solo, perché viola una regola fondamentale per la sicurezza sul lavoro. Dipendente precario della società regionale Veneto Agricoltura, era in attesa di un contratto a tempo indeterminato, dopo anni di precarietà, per una società pubblica che dovrebbe avere come priorità assoluta la sicurezza di chi lavora. Per fermare questa catena insopportabile di morti sul lavoro, non c’è che una strada: riconquistare i diritti». —



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