Rsa senza infermieri nel Veneziano, allarme dei sindacati: «Turni scoperti sistema al collasso»

Manca il 30 per cento del personale, cifre sotto la soglia di legge. De Rossi (Cisl): «L’Usl 3 ci aiuta, ma solo fino a novembre»

VENEZIA. Una programmazione che non riesce a far fronte alle reali necessità, il Covid che ha assestato il colpo finale a bilanci in rosso e concorsi deserti, mentre prosegue l’esodo verso le strutture pubbliche, dove i contratti sono più convenienti.

È questa la situazione di emergenza in cui versa buona parte delle 46 case di riposo veneziane, tra le quali si calcola una carenza di quasi 150 infermieri, ovvero un professionista su tre. Cifre sotto i minimi previsti dalla legge regionale 22/2002, in base alla quale il rapporto tra infermieri e ospiti dovrebbe essere di almeno uno a 12.

Non è più così nella maggior parte delle Rsa della provincia, delle quali ora è a rischio la stessa sussistenza.

TURNI SCOPERTI

La notte di giovedì e di domenica della settimana scorsa, per esempio, la casa di riposo Villa Fiorita di Spinea (140 ospiti) ha affrontato un intero turno senza infermieri. «Tre professionisti su sei si sono trasferiti a Villa Salus, per eseguire i tamponi all’aeroporto. Così Villa Fiorita e Villa Althea non riescono a garantire il numero minimo di operatori necessario per ogni turno; anzi, alcuni turni sono proprio scoperti. La struttura rischia la chiusura, mancano i requisiti di base per il suo funzionamento» sostiene Dario De Rossi di Cisl. Ma la bomba è pronta a deflagrare anche in altre case di riposo della provincia. «Noi riusciamo a tenere duro, perché l’Usl 3 ci ha aiutato assegnandoci tre infermieri, ma l’accordo scadrà a fine novembre, poi non so come faremo» spiega Franco Iurlaro, dirigente della Mariutto di Mirano (264 posti letto). La condizione dell’Ipab è condivisa da altre strutture della provincia, dove per il momento continua a lavorare la trentina di operatori assunti dall’azienda sanitaria, ma i contratti scadranno entro fine anno. Continua Iurlaro: «Abbiamo indetto i concorsi, i candidati si sono presentati, ma poi si sono trasferiti nelle Usl. Aspettiamo i neolaureati. Ho chiamato anche questa mattina, mi è stato assicurato che per fine novembre dovrebbero laurearsi un’ottantina di infermieri a Mestre. Speriamo».

UNIVERSITà

La questione investe anche le Università, accusate di non formare un numero adeguato di infermieri rispetto alle necessità. In realtà, all’impatto devastante del Covid, che ha esplicitato le fragilità del sistema sanitario, ha fatto seguito un aumento dei posti negli atenei padovano e veronese, con il numero di posti che è salito a a 1.715, vale a dire 314 rispetto all’anno scorso. Poco più di 300 infermieri che, disponibili solo tra tre anni, dovranno essere “spalmati” su tutto il Veneto e il Trentino-Alto Adige. Soltanto nel Veneziano e soltanto nelle case di riposo ne servirebbe quasi la metà.

Senza contare che tra un mese sulle Rsa potrebbe abbattersi la scure dei provvedimenti di sospensione per i sanitari no vax: 388, compresi medici e Oss, tra residenze per anziani e altre strutture socio-sanitarie. Il quadro è composito e, per questo, la soluzione non può arrivare soltanto da una parte. «Serve mettersi intorno a un tavolo – ministeri dell’istruzione e della salute, ordine, regione, enti gestori delle case di riposo e sindacati – per fare una ricognizione del fabbisogno e pensare a una pianificazione a medio termine. Un infermiere non si forma in un paio di giorni» sostiene preoccupato Luigi Polesel, consigliere di Uripa. Ed è l’unione delle case di riposo a evidenziare un altro paradosso: la mancata approvazione, da parte del Governo, del provvedimento che consentiva l’assunzione di infermieri provenienti da Paesi extra Ue. «Dal primo gennaio dovremo mandare a casa centinaia di infermieri» spiega Roberto Volpe.

PROGRAMMAZIONE

La matassa è ingarbugliata e ad aggravare la situazione è stato il Covid, che ha fatto lievitare i costi (per assunzioni, acquisto di Dpi, sanificazioni, isolamenti), riducendo le entrare, con rallentamenti e persino blocchi dei nuovi ingressi. «Per sopravvivere le Rsa dovranno aumentare le rette o modificare i contratti dei lavoratori. Siamo in una situazione di attesa» spiega Daniele Giordano di Cgil. «Le soluzioni ci sarebbero: un’oculata gestione delle risorse del Pnr; la trasformazione in Rsa degli ospedali di comunità, togliendoli dal giro della privatizzazione». Laura Berlinghieri

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