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L’esperto di rigenerazione urbana: «Mestre laboratorio del Veneto e serve il coraggio di demolire»

La torre di 70 metri la cui realizzazione è prevista lungo via San Marco, al posto dell’ex campo da calcio

Il progetto della torre di viale San Marco e il dibattito sulla scelta di puntare sulla città verticale. L’avvocato Barel: «L’urbanistica da sola non esiste più, una città è comunità di vita»

MESTRE. Mestre e la verticalità. Ecco il parere di Bruno Barel, docente al Bo ed esperto di rigenerazione urbana.

È un bene puntare sulla verticalità?

«Non è né un bene né un male, in termini assoluti. Dipende dal sito, dal contesto, dalla funzione, dall’incidenza sul paesaggio urbano. A Milano, per esempio, si è sperimentata l’espansione verticale in grandi aree degradate da riqualificare, creando dei distretti omogenei con adeguati servizi e spazi pubblici e verde urbano. I grandi edifici verticali rispondono ad esigenze proprie di una città, soprattutto all’insediamento di grandi centri direzionali nel tessuto urbano, e contemporaneamente al potenziamento di urbanizzazioni e servizi, con un uso intensivo del suolo urbano, frenando così l’espansione delle periferie. A Mestre qualche segno forte sul territorio, dove non si scontra con un tessuto storico che abbia raggiunto nel tempo una sua armonia complessiva, e si misura invece con infrastrutture di grande impatto e con un tessuto anonimo e disarticolato, può assumere un valore simbolico del cambiamento in atto».

Il progetto della torre Setten per lei va bene?

«Non conosco quel progetto se non per le immagini pubblicate sul vostro giornale, ma conosco i suoi promotori. Genesio Setten ha nel suo curriculum la torre Merville di Jesolo Pineta, che è un’opera d’arte apprezzata da tutti, a cominciare da chi vi abita, mentre l’architetto Mariano Zanon ha firmato H-Campus a Roncade-Quarto d’Altino, un capolavoro».

Lei ha lavorato alla legge Veneto2050, che introduce i crediti edilizi e mira a ridurre il consumo di suolo. Mestre può essere laboratorio applicativo?

«Io ho scritto molti anni fa un saggio intitolato “La demolizione creativa”, nel quale ho sostenuto che demolire in molti casi è un atto creativo, che genera valore per tutti, come nella scultura di Michelangelo. Bisogna avere più coraggio nel demolire, senza necessariamente ricostruire sullo stesso posto. Spesso è proprio il vuoto a creare valore, come si vedrà presto col nuovo parco urbano del Marzenego. In molti luoghi, anche a Mestre, l’espansione edilizia è stata disordinata e talora casuale, con edifici senza pregio, strutture portanti ormai inadeguate e impianti energivori e superati. Nelle grandi città del mondo gli edifici privi di pregio culturale o storico hanno un ciclo di vita media di 30-50 anni. Gli immobili sono commodities come le auto: costano anche se stanno ferme e invecchiano».

Attendiamo anche il Masterplan della stazione, sui due lati di Mestre e Marghera e il progetto dell’ex Umberto I. Possibile una urbanistica partecipata?

«L’urbanistica da sola non esiste più. La rigenerazione urbana è una formidabile sfida anzitutto sociale e culturale, poi ambientale, e solo da ultimo anche urbanistica ed edilizia. Una città è anzitutto la comunità di vita e di lavoro che in essa si esprime e si riconosce, è un organismo vivente in evoluzione. È naturale che quella comunità sia protagonista del governo del cambiamento, che sia informata e discuta di se stessa. Ma senza visione e coraggio non si va da nessuna parte. Senza investitori, senza certezze, senza velocità, si piagnucola in panchina. Oggi Mestre è un laboratorio per l’intero Veneto, ciò che sta avvenendo a cavallo della stazione ferroviaria, e non solo, è visionario e strategico. Far crollare il muro di Berlino dei binari ferroviari e delle strade».

E a Marghera?

«Sogno un museo della scienza dedicato alla chimica, quindi a Marghera stessa, un museo sperimentale come quelli di Berlino e di Londra. Mi immagino delle torri bellissime, quasi moderne ciminiere, una City Life veneziana, un piano riservato ad ognuna delle principali università del mondo, per ospitare studenti e ricercatori interessati alla sostenibilità ambientale. Sono migliaia le università nel mondo: se solo l’1% di esse aprisse una sede a Venezia-Marghera avremmo una futura classe dirigente mondiale che ha respirato la bellezza assoluta e la cultura e civiltà di Venezia e della Land of Venice. Bisogna ragionare in grande, su grandi spazi, con progetti ambiziosi di rilievo internazionale. E spiegare ai grandi investitori istituzionali, anche internazionali, che non c’è solo Milano. C’è anche la città metropolitana di Venezia. Perché non si organizza anche qui un evento internazionale ?»MITIA CHIARIN

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