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Mafia casalese a Eraclea. Il retroscena: così la polizia ha sventato il rapimento della famiglia di un imprenditore

L'operazione della polizia e il boss Luciano Donadio

Un investigatore racconta le indagini che portarono all’arresto della banda che faceva capo al boss Donadio

MESTRE«Quando Luciano Donadio ha saputo dell’arresto di Fabozzi, si è subito attivato: per cercare un avvocato, per pagare le spese, per trovare una casa e un lavoro in modo tale da farlo uscire di galera». Fabozzi è Giacomo, nipote del presunto boss di Eraclea al centro del maxi-processo ai “Casalesi di Eraclea” in aula bunker, a Mestre.

L’arresto, invece, si riferisce alla tentata rapina di fine marzo 2015 a casa dell’imprenditore Rino Dalle Rive, di Castelcucco (Treviso), 70enne all’epoca dei fatti (è deceduto nel 2019). E a parlare è invece Carlo Dominici, l’ispettore di polizia che insieme a una squadra di agenti, e a una lunga attività di intercettazioni e appostamenti, è riuscito a sventare rapina e sequestro.

Dominici è stato sentito giovedì 22 luglio in aula bunker proprio per ricostruire quell’episodio per i quali sono chiamati a rispondere in concorso Luciano Donadio, Antonio Puoti, Slavisa Ivkovic, Slobodan Ivkovic, Manuel Franchellucci e Giuseppe Daniel. Si era trattata di una vera e propria imboscata ai danni dell’imprenditore trevigiano.

Secondo il disegno criminale, Dalle Rive avrebbe dovuto essere sequestrato con i suoi familiari (Miriam Valiera) e rapinati per oltre 500 mila euro. Un piano che avrebbe messo nel mirino la villa della vittima, a Castelcucco. Il tutto grazie alle informazioni di una guardia giurata, Giuseppe Daniel.

Grazie all’amicizia che lo legava alla moglie dell’imprenditore, Daniel era a conoscenza di ogni singolo movimento di Dalle Rive. Un assalto armato in piena regola dopo una lunga attività di preparazione, con tanto di sopralluoghi. Questo doveva essere. E non è stato, grazie all’attività parallela della polizia e alle intercettazioni, ambientali e telefoniche, come spiegato ieri da Carlo Dominici: «Il tutto è avvenuto intorno alle 4 di notte. Eravamo appostati», così l’ispettore, «una volta scoperti, sono stati immobilizzati subito».

Ma la lunga attività di indagine aveva permesso di ricostruire anche l’esatta identità del basista. «Era emerso che Rabi Kababe, tra gli esecutori materiali insieme a Fabozzi e Othmane Lahdili, si era trovato con il basista qualche giorno prima della rapina. È iniziata un’attività investigativa, con tanto di pedinamento fino ad un bar di Signoressa, per incontrare una persona. Dopo mezz’ora si separano. Noi decidiamo di seguire questa persona, presunta basista. Si trattava di Giuseppe Daniel, una persona che forniva tutti gli elementi necessari per compiere la rapina».

Sulla dinamica di quella notte, e del servizio di prevenzione messo in campo insieme alla guardia di finanza, Dominici ha risposto anche alle domande dell’avvocato Renato Alberini (difensore di Luciano Donadio). E proprio il presunto boss, in quei giorni, era al centro di una serie di intercettazioni ambientali.

«Il giorno dell’arresto», ha aggiunto l’ispettore di polizia, «Donadio ha atteso nell’ufficio con Puoti. Con il tempo che passava, hanno iniziato a ipotizzare varie possibilità, tra cui uno scontro a fuoco. Poi iniziano a pensare a una spia. Infine, si attivano per fornire un avvocato, pagare le spese, fornire una casa per i domiciliari e garantire un lavoro».

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