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Bracconaggio in laguna sud a Mira, cacciatori di frodo condannati. Ecco chi sono

Uno scorcio della laguna sud

I tre scoperti grazie alle foto su Facebook in cui si vantavano degli animali uccisi. La Procura: abbattute anche specie protette. La difesa: «Solo una messinscena»

MIRA. Veri cacciatori di frodo o una messinscena solo per vantarsi con gli amici? Mercoledì il tribunale di Venezia non ha avuto dubbi e ha condannato Alberto Peruzzo, 34 anni, di Dolo e Luigi Sorrentino, 41 anni, di Jesolo a 4 mesi di carcere ciascuno, con la sospensione condizionale della pena, più una pena pecuniaria di 1.500 euro, mentre Gianenrico Ballarin, 46 anni, residente a Cavallino-Treporti, che non ha partecipato alla caccia ma ha fornito del materiale- i richiami elettro-acustici vietati dalla legge - è stato condannato alla sola pena pecuniaria di 1.500 euro. Gli episodi risalgono al dicembre del 2016 e al gennaio del 2017.

 I due imputati principali erano accusati da un lato di essere andati a caccia in un’oasi e dall’altra di aver sparato a specie protette. Uccidendo animali come l’oca selvatica e l’avocetta, un uccello tutelato tipico della laguna veneziana.

Nel complesso, nelle battute di caccia in laguna all’interno delle “casse di colmata” D ed E, che sono delle oasi protette con un decreto della Provincia di Venezia e della Regione Veneto, sarebbero stati abbattuti una settantina di uccelli, tra i quali anche germani reali, alzavole e fischioni. In un primo momento a giudizio erano finiti in sei, ma in tre avevano preferito scegliere la strada dei riti alternativi (uno ha patteggiato, uno ha pagato un’oblazione e un terzo era stato condannato con il rito abbreviato), a processo sono rimasti solo in tre. E su questi tre ieri si è pronunciato il giudice Stefano Manduzio.

L’inchiesta era partita in modo piuttosto curioso. Alcuni appassionati cacciatori erano stati scoperti di notte, sempre in laguna, ma vicino a Chioggia. I cacciatori erano stati multati ed era seguito il ritiro delle licenze con il sequestro dei fucili. Le successive indagini della polizia provinciale avevano portato a scoprire che i membri del gruppetto fermato facevano parte di un gruppo Facebook nel quale erano esibite prede appartenenti a specie protette, cacciate in orari e luoghi vietati. E da qui la polizia è arrivata agli imputati condannati ieri. Pochi dubbi per il pm Giorgio Gava sul fatto che si trattasse di cacciatori veri e propri. Gli avvocati difensori Stefano Marrone e Paolo Viezzi hanno sempre sostenuto che si trattasse di messinscene per vantarsi, nulla di più. «Aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza», dice l’avvocato Marrone, «ma presenteremo un poderoso appello».

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