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Mappa del cemento nel Veneziano. A Portogruaro e Scorzè il record di ettari scomparsi

Il rapporto Ispra: erosi nel 2020 ben 55 mila metri quadrati. Non si ferma nell’anno della pandemia il consumo di suolo

MESTRE. Promossa se si stringe l’orizzonte alle colleghe della pianura padana, sonoramente bocciata se lo si allarga. Nel veneziano il consumo di suolo non si è arrestato nemmeno nell’anno del covid, quando la crisi ha pure frenato investimenti e progetti. Sono stati erosi altri 55 ettari di terreno, prima verdi ora invece impermeabilizzato dal cemento.

In Veneto, regione ancora una volta al secondo posto dietro alla Lombardia per voracità di terreno, sono più rispettose dell’ambiente solo Belluno e Rovigo; ma in Italia quasi tutti. Venezia si colloca al 31esimo posto per suolo consumato nel 2020, con 55,8 ettari. Colpa in gran parte, va detto, di Portogruaro e Scorzè che da sole se ne sono mangiate più della metà.

E’ quanto emerge dal rapporto annuale sul consumo di Suolo pubblicato dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale). Venezia si colloca in un’area a grande voracità, ormai da anni, e che non è stata sedata nemmeno dalla legge apposita approvata dalla Regione nel 2017. Il veneziano si porta dietro un bagaglio di 35.454 ettari di terreno consumato, il 14,4% del totale contro una media regionale dell’11,9% e quella nazionale del 7,11%. Rispetto al 2019 lo scorso anno ha registrato un netto rallentamento. Si sono consumati 55,8 ettari, a fronte dei 130 dell’anno prima.

E nonostante questo resta un dato poco invidiabile nel panorama nazionale, settantasette province sono decisamente più gentili con l’ambiente rispetto a Venezia. Capannoni, strade, nuovi quartieri residenziali, aziende agricole, aree commerciali. Per consumare suolo c’è solo l’imbarazzo della scelta. Due casi riportati anche dall’Ispra a paradigma del suo rapporto: l’ampliamento di un’azienda agricola a Lugo, frazione di Campagna Lupia, proprio di fronte all’oasi del Wwf di Valle Averto; la realizzazione di una concessionaria da 3.500 metri quadrati a Mestre in via Martiri della Libertà. I comuni meno gentili con il loro suolo sono stati Scorzè e Portogruaro.

Nel primo caso in un solo anno se ne sono andati 18,63 ettari di terreno, nel secondo 13. Jesolo se n’è mangiata 7,2. In termini assoluti però il comune che nel suo sviluppo ha cementificato la percentuale maggiore del proprio suolo è Spinea, che ha già consumato il 43,3% del terreno, seguono Fiesso d’Artico con il 37,1 e Martellago con un punto percentuale in meno. Lo scenario disegnato dall’Ispra accomuna il veneziano al resto della pianura padana: eccezion fatta per alcuni territori più vicini alla laguna, tra una città e l’altra, tra una zona industriale e quella vicina non c’è quasi soluzione continuità. A fornirla sono solo campi agricoli, anch’essi però sempre più sacrificati per ospitare serre fisse, fotovoltaico e depositi. Ma qualche segnale positivo arriva anche dal rapporto dell’Ispra. Oltre ai “cattivi” ci sono i “buoni”, che hanno un saldo negativo nel consumo di suolo. Sono i comuni che hanno rinaturalizzato porzioni di territorio precedentemente edificati. Il record va a Concordia Sagittaria che nel 2020 ha ridato al verde sette ettari, anche il capoluogo ci è riuscita, riportando a verde tre ettari. Poco meno della concessionaria di via Martiri della Libertà. — © RIPRODUZIONE RISERVATA

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