La lenta agonia della pesca in 10 anni perso il 9% di barche

I dati di Veneto Agricoltura: il comparto dà da vivere a 1.200 famiglie più l’indotto La marineria clodiense rappresenta il 33% della flotta veneta. Ora la scure dell’Ue

CHIOGGIA

Tanti segni meno, troppi. Non c’è settore del comparto ittico che non sia in sofferenza, anche pesante. Migliaia di famiglie che vivono sul filo del rasoio, in bilico tra un futuro accettabile e l’ecatombe palesata dalle decisioni della Commissione Europea. Soffre la pesca e soffre soprattutto Chioggia, una delle poche marinerie italiane a resistere con numeri importanti. E la fotografia scattata da Veneto Agricoltura illustrata da Alessandro Liviero a margine dell’incontro con il sottosegretario Battistoni che si è tenuto nei giorni scorsi a palazzo Grassi, non è delle più ottimistiche.


In Veneto esistono 655 imbarcazioni dedite alla pesca, tra pescherecci e barche più piccole, di queste ben 220 sono iscritte alla marineria di Chioggia, pari al 33,6% dell’intera flotta veneta. In pratica un peschereccio su tre è ormeggiato nei canali clodiensi. Ma se nel 2020, c’è stato un incremento nella flotta veneta pari allo 0,5% e nella marineria chioggiotta dello 0,9%, risulta assai impietoso il confronto con il medio-lungo termine. In dieci anni, infatti, la marineria di Chioggia ha perso il 9,1% delle imbarcazioni da pesca, assolutamente in linea con quanto avvenuto nell’intera regione (-9,3%), con il crollo in particolare dal 2011 al 2014, quando in Veneto si sono perse circa un centinaio di unità da pesca ed a Chioggia grosso modo una trentina, salvo poi risalire leggermente la china e rimanere costante negli ultimi tre anni.

Pesca che è fonte di sostentamento per 1.200 famiglie in maniera diretta (su di un totale di 3.675 occupati in Veneto), oltre a tutto l’indotto che produce e che riguarda i cantieri, le officine meccaniche, i distributori di nafta, gli autotrasportatori, i commercianti e tanto altro. Solo il mercato ittico muove un fatturato che si aggira sui 50 milioni di euro l’anno, numeri decisamente importanti che fanno del comparto ittico il settore economico della città assieme al turismo. Nonostante questi numeri, pesca e acquacoltura continuano a vivere un perenne stato di crisi e le iniziative prese a salvaguardia dell’ambiente e soprattutto delle risorse non sembrano essere così efficaci. Pescare sotto la soglia minima di 120 giorni l’anno andrà a rappresentare la morte certa per molte aziende e, in pratica, la fine degli investimenti in chi in mare continua ad andarci. Nonostante compongano la marineria più grossa d’Italia, le imbarcazioni della flotta chioggiotta sono piuttosto vetuste, con 32 anni di età media per quanto riguarda i pescherecci a strascico, che avrebbero invece bisogno di ammodernarsi, come impone la Commissione Europea. Proprio per questo l’Ue mette a disposizione uno strumento di finanziamenti come il Feamp, molto più sfruttato da Francia e Spagna, le rivali maggiori dell’Italia in ambito mediterraneo. Ora, con il rischio di ulteriori riduzioni dei giorni di pesca che potrebbero già essere decise entro la fine dell’anno, il settore ittico non sa più a che santo votarsi, cercando appiglio nella politica nazionale ed europea, ultima ancora di salvezza. —

DANIELE ZENNARO

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