Sfruttamento nei subappalti Fincantieri, Ali condannato per un episodio: il caporalato non era reato

Nel periodo compreso tra il 2004 e il 2011 il caporalato non era reato. L’imprenditore bengalese 61enne Mohammed Ali è stato assolto ieri in tribunale a Venezia dal collegio presieduto da Fabio Moretti e composto anche da Michela Rizzi e Marco Bertolo.

VENEZIA. Le estorsioni continuate, le minacce (le paghe da fame subìte dagli operai bengalesi pur di salvare il posto di lavoro e quindi permesso di soggiorno) nel periodo compreso tra il 2004 e il 2011 non sono state provate.

Tuttalpiù poteva trattarsi di caporalato, ma poiché il reato è stato introdotto solo nel 2016, l’imprenditore bengalese 61enne Mohammed Ali è stato assolto ieri in tribunale a Venezia dal collegio presieduto da Fabio Moretti e composto anche da Michela Rizzi e Marco Bertolo.

Assolto quindi perché il fatto non era (ancora) previsto dalla legge come reato. Mohammed Ali è stato però condannato a due anni e 600 euro di multa per una tentata estorsione, un singolo episodio risalente al 23 maggio del 2010 quando, accompagnato da una decina di persone, si presentò da un gruppo di cinque connazionali dipendenti della sua società minacciandoli di farli picchiare e di creare loro problemi, cacciandoli da Mestre, se si fossero rivolti ai sindacati o avessero provocato altri guai al lavoro, nei subappalti della Fincantieri, dove l’imprenditore bengalese ha operato per anni come socio di maggioranza e amministratore di fatto della società Bensaldo srl e Sonda srl.

Quel giorno di maggio, undici anni fa, l’uomo invitò i suoi lavoratori a desistere dalle azioni sindacali e giudiziarie, già avviate.

Il tribunale ha deciso anche la sospensione della pena condizionata al pagamento da parte del 61enne delle parti civili che si sono costituite al processo - i cinque lavoratori minacciati più il sindacato Slai Cobas, che li ha sempre affiancati - per una somma di 6 mila euro ciascuno, per un totale di 36 mila euro.

La settimana scorsa, durante la requisitoria, il pubblico ministero Roberto Terzo aveva chiesto per Mohammed Ali una condanna a 5 anni e 4 mesi. Il processo a Mohammed Alì per estorsione (le minacce gli procuravano, come beneficio, il poter sottopagare gli operai con il meccanismo della paga globale) è primo punto d’arrivo di una serie di inchieste – due quelle avviate dal pm Giorgio Gava – sullo sfruttamento del lavoro tra i subappaltatori della Fincantieri, quasi tutti stranieri, molti bengalesi. «L’imputato aveva il potere assoluto su chi aveva bisogno come il pane del permesso di soggiorno. Approfittava della loro indigenza e precarietà», aveva ricordato Terzo nella sua requisitoria. Salari di 3 euro all’ora per 10-12 ore di lavoro al giorno, 6 giorni su 7, niente ferie, né tredicesima, straordinari o indennità notturne. Non estorsione, probabilmente caporalato, reato che però è stato introdotto solo recentemente. Per questo, tra 90 giorni, sarà interessante leggere le motivazioni che hanno portato i giudici a prendere questa decisione. Soddisfazione tra gli avvocati difensori di Mohammed Ali, Alessandro Compagno e Valter Duse.

«È una sentenza importante in questo ambito», commentano. Nel corso del processo aveva testimoniato in aula anche il consulente finanziario Angelo Di Corrado – al centro di molte inchieste – ricostruendo il meccanismo della “paga globale” imposta agli operai e che lui redigeva anche per conto di una quarantina di imprese subappaltatrici. —

 

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