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Eraclea. La moglie dell’imprenditore: «Ormai comandavano i Casalesi»

Tanti “non ricordo” ieri nelle testimonianze davanti ai giudici dell’ex consorte di Ludovico Pasqual, costituito parte civile, e di Amorino Zorzetto, già giudicato

ERACLEA. Con la testimonianza di due mogli, è ripreso ieri in aula bunker a Mestre il processo al “clan dei casalesi di Eraclea”, dopo una lunga pausa, a causa del Covid che ha colpito uno degli imputati principali. Al banco dei testimoni si sono susseguite l’ex consorte di un imprenditore usurato, Ludovico Pasqual, l’unico a costituirsi parte civile; e la moglie di un altro imprenditore, Amorino Zorzetto, che da “taglieggiato” dal clan, ne è divenuto poi complice (condannato in primo grado con rito abbreviato). Due racconti difficili, con molti «non ricordo».

«Si viveva felici finché non sono arrivati i napoletani», dice l’ex moglie di Pasqual, «io a Ludovico dicevo di trovarsi lavoro, ma senza i napoletani. Lui mi rispondeva che ormai comandavano loro».

La donna ricorda un’auto che piantonava la loro abitazione. Anni dopo dirà ai figli: erano «persone che volevano minacciare il papà».

Ma perché tacere così a lungo? «Perché erano loro, che stavano male in comunità, a chiedere cosa era successo alla loro famiglia, ai loro soldi».

Da parte sua, così Ludovico Pasqual aveva testimoniato in aula: «Ho perso tutto. Ero minacciato, perseguitato, chiuso in casa. Mi hanno preso il sangue, la salute, la famiglia, il contratto di lavoro per una palazzina, un appartamento e ancora volevano 20 mila euro di interessi su 12 mila di prestito».

Gli avvocati difensori di Luciano Donadio e Raffaele Bonanno incalzano la donna, contestano che i «napoletani» abbiano avuto a che fare con il divorzio e l’allontanamento dei figli, che le date non tornano. Lei dice di non ricordare: «Ho avuto un incidente».

Poi è la volta della moglie di Amorino Zorzetto. Nega di sapere alcunché: «Io facevo la casalinga, non mi interessavo dei lavori di mio marito o di mio figlio, vivevo spensierata, forse è stato anche un mio errore», dice.

I pm le chiedono della vendita della casa, del capannone, del bar a Jesolo del figlio: lei risponde di non sapere nulla. Le contestano una telefonata intercettata con un’amica: «Ma con la casa almeno sei a posto?», «Sì, nel senso che faccio i bagagli...» parlando di debiti per 250 mila euro.

La signora nega ancora. E dice anche che mai è andata in lacrime da Donadio, minacciando lui e Buonanno di denunciarli ai carabinieri. «Ma ce l’ha detto un altro teste», contestano i pm. «Che lo mostri a me, mai detto», replica lei.

Il teste è il pentito Vincenzo Vaccaro: «Donadio mi disse che Amorino Zorzetto giocava al casinò», ha detto in aula, «La moglie era venuta a piangere in ufficio, dicendo che non avevano più soldi, che gli avevano tolto tutto. Ma Donadio disse non mi interessa, li voglio tutti in un mese. Ci fu una discussione anche con il figlio di Zorzetto, ma Luciano disse: “O mi date il bar o i soldi“». —

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