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Bimba nella tromba dell'ascensore a Mestre: «Ho acceso la luce del telefono. Noi come due esploratori»

L’intervento di vigili del fuoco, polizia e Suem venerdì pomeriggio al centro commerciale la Piazza per recuperare la bambina e il papà nel vano dell’ascensore

La bimba stava giocando a nascondino con la sorella e un amica. La porta si è rotta ed è caduta. Il papà si è lanciato dentro per recuperarla: «Salva per miracolo, ma il responsabile va trovato» 

L’INTERVISTA. «Ho cercato di abbracciarla, ho acceso la luce del telefonino, abbiamo provato a giocare come esploratori in una grotta. Lei è stata bravissima». Claudio è il papà di N., la bimba di 6 anni caduta nel vano dell’ascensore, dove lui si è subito lanciato per cercare di recuperarla. Ha 45 anni, abita a Favaro, e lavora in un mobilificio di Salgareda. «Venerdì avevo il turno di notte».

Claudio, come sta sua figlia?


«Bene, se penso a quello che poteva succedere. E’ ancora ricoverata all’ospedale di Mestre, sotto osservazione. Ha preso una brutta botta alla schiena, muove gambe e piedi. È un po’ spaventata ma è forte».

Che cosa è successo venerdì?

«Mia moglie è entrata all’Alì per fare la spesa, io sono rimasto fuori con le due bambine che hanno trovato un’amica. Hanno cominciato a giocare a nascondino. Io e la mamma di questa bambina eravamo lì, a un paio di metri, eravamo tutti insieme».

E poi?

«N. si è nascosta nella spalletta tra la parete della colonna di calcestruzzo e la porta dell’ascensore. Stavo chiacchierando con la mamma dell’altra bambina. Ho sentito un colpo, mi sono voltato verso l’ascensore e la mia bimba non c’era più».

Si è reso conto subito che susa figlia era caduta nel vano dell’ascensore?

«Dopo aver sentito il botto non me ne sono subito reso conto. Mi sono avvicinato alla colonna e ho visto che una delle due ante della porta apribile dell’ascensore, alle base, era sfondata. E ho sentito N. che da laggiù mi gridava: “Papi, papi, mi fa male la schiena”».

Così si è buttato anche lei.

«Era buio, non la vedevo ma la sentivo. Sono entrato nel vano, credo di essermi afferrato ad un paio di cilindri di ferro e mi sono buttato. Mi sono sentito come in un flipper, ho sbattuto di qua e di là, poi l’ho raggiunta. Forse ho sbattuto sul tetto dell’ascensore, e poi dal tetto sono caduto nel vano».

Come ha cercato di rassicurarla?

«Ci sono delle fasi di quello che è successo che non ricordo. Ho cercato di mantenere la calma, sono riuscito a chiamare i vigili del fuoco e il 118. Ho acceso la luce del telefono, e abbiamo giocato all’esplorazione della grotta. Dal buco della porta sfondata le persone ci parlavano, per farci compagnia. Abbiamo intravisto un uomo, mi pare un anziano, che si è sporto più degli altri. Mi figlia gli ha detto: “Stia attento signore, che cade dentro anche lei”. È stata davvero molto coraggiosa».

Per quanto siete rimasti lì dentro?

«Credo cinquanta minuti. Prima hanno portato via N., l’hanno sistemata in una piccola barella e l’hanno fatta uscire e accompagnata in pronto soccorso. Poi sono uscito io. Sarei riuscito a uscire da solo, ma i vigili del fuoco hanno preferito imbragarmi perché temevano che avessi delle lesioni. Ho preso qualche botta, qualche graffio. Ma sto bene. E per miracolo anche mia figlia sta bene. Ho trascorso la notte sveglio a pensare a quello che sarebbe potuto accadere. Quando sono stati caricato in ambulanza, subito dopo essere stato estratto dal buco, aveva la pressione a 240, ero pieno di rabbia, stavo per esplodere. Di chi è la responsabilità della manutenzione? Come si può lasciare un ascensore in disuso in quelle condizioni? Non finirà certo così. Mi figlia fisicamente sta bene, ma se lo choc dovesse trascinarsi? Se non dovesse più riuscire a dormire la notte?».

Presenterà querela?

«Mi sembra il minimo. Se ieri avessi avuto davanti a me il responsabile di quanto accaduto non so che cosa gli avrei fatto. Mia figlia si è salvata, ma è stato davvero un miracolo». —

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