Tonnellate di vongole spiaggiate, i pescatori di Chioggia sono allo stremo

Ingenti danni dopo la mareggiata: scaraventate sulla battigia di Ca’ Roman proprio nel momento della crescita 

CHIOGGIA. Un tappeto di vongole spiaggiate lungo la battigia di Ca’Roman, tra Chioggia e Pellestrina. Un danno ecologico drammatico, difficile addirittura da quantificare. È l’ennesimo disastro per una categoria, quella dei vongolari, messa già in ginocchio dal covid, dall’acqua “granda”, dalle mareggiate, dai furti sulle barche e dal Mose.

Ora le vongole spiaggiate, forse a dare il colpo di grazia ad un comparto attualmente in fermo volontario che, a fine aprile, si trasformerà in fermo biologico. Tonnellate di vongole e di novellame che, per ragioni che ancora non si conoscono, sono state scaraventate dal mare sulla battigia di Ca’ Roman, l’isolotto tra la bocca di porta e la striscia di Pellestrina, un tempo gestito da un ordine religioso di suore ed ora sempre più meta turistica, grazie alla sua oasi (è zona protetta della Lipu) e alle sue spiagge tranquille.


Il comparto dei vongolari però, intanto, è alla disperazione perché, nonostante gli enormi sforzi per conservare la risorsa, si vede ancora una volta a dovere fare i conti con un evento imprevedibile.

«Non sappiamo che cosa possa essere successo» spiega Michele Boscolo Marchi, presidente del Co. Ge. Vo. di Chioggia «e per quale motivo le vongole si siano spiaggiate in questo modo. Sono due le possibili spiegazioni: una di carattere naturale, ovvero che il mare abbia rotto lo scanno e quindi abbia poi trascinato le vongole sulla spiaggia; l’altra, quella che noi riteniamo sia la più probabile, è che in mare ci sia qualcosa che non ha dato forza alle vongole che, in questo modo, non sono riusciti ad ancorarsi allo scanno sabbioso finendo per essere trascinate a riva».

Vongole indebolite, dunque, da qualche agente esterno presente nell’acqua. «Di fronte ad episodi del genere» dice ancora Marchi «che vanno a condizionare la ripresa del mare dopo il fermo biologico, noi pescatori siamo del tutto inermi. È evidente che in mare c’è qualcosa che uccide la nostra risorsa, anche perché il pesce se sente che nell’acqua c’è qualcosa che non va, scappa in fretta, mentre la vongole rimane inerte sul fondale.

Chiediamo quindi che si faccia intervenire qualche istituto profilattico, l’Arpav e l’Università, per studiare il fenomeno e quindi capirne le cause. Negli ultimi due anni abbiamo fatto degli sforzi enormi, limitando le nostre uscite al minimo indispensabile, tanto che in due anni sono state effettuate in tutto solamente 120 battute di pesca. È brutto dirlo, ma è chiaro c’è qualcosa che non va e che soffoca le vongole. Chiediamo alle istituzioni di darci una mano sia dal punto di vista tecnico, che dal punto di vista economico. I vongolari sono allo stremo, non ce la fanno più, non hanno più molte risorse per rimanere agganciati al loro lavoro. Così è difficile andare avanti. Si studi il mare nella fascia che va dai 500 metri al miglio dalla costa, solo così si potrà capire come si è sviluppato il fenomeno».

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