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Maxi frode fiscale, i quattro arrestati avevano anche conti in rosso

L’operazione della Finanza a Portogruaro con sorpresa dai ventidue conti correnti sequestrati: trovate poche decine di migliaia di euro. Sigilli a due appartamenti e una villetta

PORTOGRUARO. Nei 22 conti correnti sequestrati ai 4 arrestati ci sono poche decine di migliaia di euro. Addirittura ci sono anche conti in rosso. La Guardia di Finanza di Portogruaro ha terminato l’acquisizione di documenti e beni come previsto dal decreto di sequestro emesso dal Gip di Pordenone nei confronti dei quattro faccendieri e intermediari che avevano ideato la rete di società cartiere alla base di un’evasione di imposte di almeno 10 milioni di euro.

Oltre ai conti correnti sono stati sequestrati due appartamenti e una villetta a Portogruaro, Eraclea e Fossalta. All’elenco vanno aggiunti inoltre tre orologi Rolex. Oggi venerdì 26 i quattro arrestati saranno interrogati per la convalida degli arresti. Terminata questa prima fase delle indagini gli investigatori dei capitano Emanuele Farina sposteranno la loro attenzione sui cinesi, con i quali gli ideatori del meccanismo avevano stretto un patto che in tre anni ha permesso di riciclare ben 2. 8 milioni di euro. Coinvolti decine e decine di imprenditori del nord e centro Italia.

In carcere sono finiti Severino Pivetta (66 anni), imprenditore di Fossalta di Portogruaro, Marco Bonaveno (43 anni), di San Michele, ma residente a Oderzo (si è consegnato ai finanzieri nel tardo pomeriggio di mercoledì, al rientro da Bratislava) e Michele Battain (46), di Portogruaro. Sono accusati di riciclaggio e di emissioni e utilizzo di fatture false per operazioni inesistenti. Ai domiciliari, con il braccialetto elettronico, Renzo Bertacco (66 anni), di Cessalto, accusato di riciclaggio. Oggi saranno interrogati dal Gip Rodolfo Piccin.

A questi si devono aggiungere altre sei persone residenti tra il Veneto Orientale e alcuni paesi dell’Est. Sono le teste di legno, intestatari fittizi delle società cartiere. Personaggi di bassissimo spessore come emerso dalle indagini dalle intercettazioni. Gente che veniva pagata con poca roba: dalle ricariche telefoniche alle birre, dalle sigarette a qualche smartphone.

L’indagine coordinata dal procuratore capo di Pordenone Raffaele Tito e dal sostituto Monica Carraturo è nata dall’inchiesta che ha visto finire in carcere il broker Fabio Gaiatto, condannato in appello a 10 anni per la truffa nella quale sono spariti oltre 70 milioni di euro investiti da migliaia di risparmiatori del Nordest.

Il denaro accantonato in fondi neri, poi a colpi 80/100 mila veniva portato in banche di Bulgaria, Croazia, Serbia e Slovacchia, Repubblica Ceca e da qui dirottati, successivamente, in banche di Shanghai e Hong Kong.

Il gruppo “lavorava” con una trentina di imprese italiane nel settore del commercio di rottami di ferro e bancali di legno (una decina le aziende in Veneto, le altre sparse nel Lazio, nelle Marche e nel Nord Italia) per le quali, attraverso una rete di 26 società cartiere con sede all’estero ma di fatto gestite nel Veneto orientale portava i soldi in Cina. Grazie alla complicità di malavitosi cinesi, soprattutto della zona di Padova, i soldi rientravano in Italia e consegnati agli imprenditori evasori. Per questo servizio i cinesi si trattenevano percentuali che variavano tra l’1 e il 3 per cento. Stando ai finanzieri, quella scoperta è solo la punta di un iceberg. —

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