Sant’Erasmo, cancellata la festa del Violetto: «Al mercato troppe imitazioni»

Carlo Finotello, presidente del Consorzio del carciofo violetto di Sant’Erasmo

I produttori del carciofo dell’isola si arrendono per il terzo anno di fila. «Il nostro fiore sono le castraure, non fatevi beffare dalle castradure» 

SANT’ERASMO. Prime “castraure” in ritardo per colpa del freddo anomalo di questo inizio primavera e per l’assenza di piogge. Bisognerà aspettare almeno la metà di aprile, spiegano i soci del Consorzio del Carciofo Violetto di Sant’Erasmo.

Così, alle difficoltà legate alla pandemia e alla chiusura di locali e ristoranti – per il terzo anno consecutivo, anche nel 2021 salterà la tradizionale festa del carciofo che tradizionalmente si tiene la seconda domenica di maggio – ora ci mancava solo il meteo ostile.

E, di nuovo, la contraffazione del marchio: «A Venezia, ma anche a Cavallino, Padova e Portogruaro, nei mercati si trovano prodotti come le “castradure”, che però traggono in inganno: non sono le vere castraure, il cui marchio è registrato e appartiene al Consorzio», mette in chiaro Carlo Finotello.

Divisi tra Sant’Erasmo, Vignole, Mazzorbo e Lio Piccolo, negli ultimi dodici mesi il Consorzio del Carciofo, con venti ettari dedicati alla produzione, ha perso due soci di peso. In entrambi i casi si tratta di soci fondatori: Giovanni Vignotto, ora in pensione, e Marcello Codolo, scomparso a inizio 2021.

Alle difficoltà del momento si è aggiunto anche il mancato ricambio generazionale. «La preoccupazione c’è», aggiunge Finotello, presidente del Consorzio, «l’anno scorso con il lockdown abbiamo avuto gravi perdite, quest’anno ci auspichiamo una ripresa da dopo Pasqua, con la riapertura dei ristoranti».

Nella speranza di vedere presto, ma non prima di metà aprile, le prime “castraure”. Già, perché quello che è il primo taglio del carciofo, prelibato quanto limitato nella produzione, ha iniziato da giorni a fare capolino in alcuni mercati cittadini. «Ma viene confuso per il normale carciofo di piccola taglia», spiega Finotello, «quando in realtà è tutt’altra cosa. È il primo bocciolo che si taglia dalla pianta che cresce nel terreno salmastro lagunare, molto più saporito. È un marchio registrato, che però viene continuamente contraffatto».

Oltre a consistenza e sapore, a crescere è anche il prezzo. La tipica “castraura” viene infatti venduta dai produttori a un euro al pezzo, contro i 0,40-0,80 centesimi del carciofo normale, la cui produzione supera ogni anno i due milioni di pezzi.

Un sovrapprezzo che, oltre alla bontà, si spiega anche con il numero limitato: in totale, il Consorzio coltiva poco più di 100 mila piante da cui si può ricavare un numero uguale di “castraure”. Niente da fare, invece, per la Festa del Carciofo: dopo il maltempo di due anni fa e la pandemia del 2020, anche quest’anno le restrizioni rendono improponibile l’appuntamento a cui di solito partecipano migliaia di persone da tutta Venezia. —



© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Frullato di fragole, carote e semi oleosi

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi