Affitto da 4.200 euro al mese a Venezia: il centro servizi Tim in Strada Nuova chiude i battenti

Alvise, che ha gettato la spugna chiudendo il suo negozio per l’affitto troppo oneroso: il trentenne gestiva il centro Tim di Strada Nuova, ma ora ha deciso di abbassare per sempre la serranda

Il giovane tecnico Alvise se ne va dopo dodici anni. «Una cifra irraggiungibile». La proprietà non ha voluto abbassare la locazione

VENEZIA. 4200 euro al mese. Per le grandi firme e le multinazionali forse non sarebbero nemmeno tanti. Ma per un giovane tecnico dei telefonini, in tempo di pandemia e di affari calati vertiginosamente, la cifra è irraggiungibile. Così Alvise D, giovane di Cannaregio poco più che trentenne, ha gettato la spugna.

Martedì ha ultimato lo sgombero del locale di pochi metri quadrati in Strada Nuova, dove fino a poche ore prima c’era il negozio di assistenza «Tim». I tecnici della società si sono portati via gli arredi, i telefoni e il bancone. Lui ha presidiato sconsolato l’opera di sgombero.

«Da oggi sono senza lavoro», allarga le braccia, «avevo chiesto una riduzione del canone di affitto o un suo congelamento. Ma i proprietari non hanno voluto sentire ragioni». Così da martedì il popoloso quartiere di Cannaregio ha un servizio in meno. Alvise è persona molto conosciuta in zona, per la sua gentilezza e le sue capacità tecnologiche. In tanti gli hanno testimoniato la loro solidarietà.


Un caso simbolo. Di come la città perde i suoi pezzi. Il negozio rimasto vuoto sarà forse preda tra poco – alla ripresa degli arrivi turistici – dell’ennesimo bar. O di un’attività a reddito immediato. Per il rivenditore della Tim non c’è stato nulla da fare. I contratti di affitto vengono stipulati dai titolari della licenza, la Tim non c’entra. E non se n’è occupata.

Il problema riguarda i canoni di affitto. Muri di proprietà in questo caso di una signora veneziana. Che non ha inteso adeguare il canone di affitto alla situazione di crisi.

Uno scoglio che ha provocato un diffuso abbandono di attività commerciali e artigianali. Espulse prima dal turismo, adesso dalla crisi. Perché i costi fissi restano, le entrate si sono ridotte. «Un po’ di lavoro veniva anche dai turisti e dalle carte internazionali», dice Alvise, «adesso il fatturato è precipitato. E i costi sono rimasti gli stessi».Per una piccola attività raccogliere 4200 euro ogni mese per pagare l’affitto è diventata una scommessa impossibile.

Cifre anche inferiori a quelle praticate nelle vie del centro: Rialto e Mercerie, piazza San Marco. Dove un magazzino viene affittato a decine di migliaia di euro al mese.

Affitti selvaggi. E non calmierati. E’ la causa prima della desertificazione. Fin dagli anni Novanta si sono moltiplicate le proposte per gli affitti commerciali a «equo canone». Costi ridotti per i negozi di vicinato e i servizi. Ma non è successo niente. Così le chiusure si diffondono. Le piccole aziende non ce la fanno, e gettano la spugna. L’ultimo, ieri mattina, è stato il giovane Alvise.

«Era lì da 12 anni, un punto di riferimento per noi», lo ricorda un’anziana. Telefoni, abbinamenti. E anche un aiuto a chi ne aveva bisogno. Un punto di riferimento ormai conosciuto, tra la pasticceria Martini, i vari bar e i negozi di borse cinesi che ancora resistono, aperti anche durante il virus. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Banana bread al cioccolato

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi