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Un anno di Covid a Venezia, passata dal caos al deserto

Se la natura ha ripreso i suoi spazi, la fuga obbligata dalla socialità ha cancellato tutto il resto. Non solo i turisti, ma i negozi, i pendolari, gli studenti. E, con loro, sono scomparsi anche i suoni di questa città

Venezia si è spenta con un Carnevale, poco più di un anno fa. Quando, quasi alla sua conclusione, un’ordinanza firmata dal presidente della Regione Luca Zaia, sull’onda del dilagare del coronavirus, rimandò a casa in tutta fretta i 70 mila calati in laguna per l’ultima domenica della festa.

Un anno dopo, se il nuovo Carnevale è diventato solo virtuale, il virus resta invece più reale che mai.
Nel mezzo, una città che ha ritrovato, paradossalmente, nella desolazione, lo splendore delle sue architetture che si stagliano da mesi solitarie, algide, quasi inaccessibili senza il “disturbo” della presenza umana intorno ad esse. E una rigenerazione ambientale, che ha fatto sì che il posto dei turisti che non ci sono più, l’abbiano preso i branchi di cefali che guizzano nei rii, tornati limpidi per l’assenza del traffico acqueo.

Le famiglie di cormorani appollaiate sulle bricole dei canali della Giudecca, che si spingono fino a San Marco. O i germani reali che nidificano indisturbati negli imbarcaderi dell’Actv. Restano, padroni, i gabbiani, da sempre dominatori dei “quartieri alti” di Venezia, con le loro grida isteriche e un po’ inquietanti, mattutine e serali.

Ma se la natura ha ripreso i suoi spazi, la fuga obbligata dalla socialità ha cancellato tutto il resto. Non solo i turisti, ma i negozi – molti dei quali non riapriranno più per la crisi –, i pendolari (tenuti a casa in buona parte dallo smart working), gli studenti. E, con loro, sono scomparsi anche i suoni di questa città.

Che ne è della sinfonia delle ruote dei trolley dei turisti trascinati stancamente sui masegni delle calli o dei ponti, alla ricerca di una destinazione sfuggente, spesso approssimativa? Della babele di lingue ascoltata solo tendendo l’orecchio mentre si passeggiava? O dei rumori dell’acqua?

Non solo lo sciabordio di quella infranta sulle fondamenta dei canali, sospinta dal moto ondoso delle barche. Ma anche il suono gutturale delle sirene delle navi da crociera in sfilata lungo il Bacino di San Marco. Il rombo costante dei motori dei vaporetti o delle barche da trasporto in manovra o in sosta lungo il Canal Grande. Le canzoni da gondola – veneziane, napoletane o internazionali che fossero – che risuonavano tra i canali. O i cori dei gruppi giovanili del sabato sera in arrivo per il “bacaro tour” ad alto tasso alcolico. O dei neolaureati con amici al seguito reduci dalle cerimonie di laurea cafoscarine in Piazza San Marco.

Suoni, rumori, in parte disturbanti per qualcuno. Ma di cui ora, inevitabilmente, sentiamo la mancanza. Perché marcano comunque la differenza tra una città vitale e popolata, pur nelle sue contraddizioni. E il suo simulacro, la Venezia virale di oggi. Dove il suono più forte – specie di sera, quando impera il coprifuoco – diventa la voce del silenzio. Mistica, come irreale. E allo stesso tempo potente, quasi assordante, generatrice di un’inquietudine che ci pervade tutti.

La possibile ripartenza della città resta ancora contraddittoria, fra timide riaperture, movida giovanile frutto anche dell’esasperazione per la lunga clausura, disperato desiderio di un ritorno alla normalità che, probabilmente, non sarà più la stessa.

Perché Venezia, forzatamente, dovrà trovare una nuova ragione di vita. Non basterà, quando il virus lo permetterà, il ritorno controllato dei turisti, prima sopportati a stento da molti e ora, da molti – a cominciare dalle categorie economiche – rimpianti come unica linfa vitale di questa città, ormai “costruita” a loro dimensione. Dovrà sapersi reinventare. Trovare altre voci, altri suoni che sappiano rappresentarla, non importa da quanto lontano provengano. Creare nuove opportunità, nuovi luoghi, nuove modalità di interazione, soprattutto per i giovani, a cominciare dagli studenti universitari, possibili cittadini di domani. Riempiendo, così, di contenuti, il silenzio che ancora la avvolge. —

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