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Disturbi alimentari. «Con la pandemia c’è un record di casi nel Veneziano»

All’ospedale Civile di Venezia il primario Maurizio Pitter registra un record di ricoveri, soprattutto tra giovani: «Sono patologie subdole» 

LA RICERCA

Che si tratti di disagio, ricadute o di nuove malattie, nei mesi di pandemia il Covid si è abbattuto sui giovani veneziani. E non solo su ritmi e abitudini di vita. C’è un dato che racconta più di altri quanto il disagio di questi mesi possa insinuarsi nella quotidianità. Ed è la crescita, drammatica, dei disturbi del comportamento alimentare: dallo scoppio del coronavirus i casi sono aumentati del 30-40% a causa delle condizioni di vita a cui il virus ha obbligato tutti. Soprattutto i giovani.


È la stima del reparto di Pediatria di Venezia che, con il primario Maurizio Pitter, da anni punto di riferimento del territorio, gestisce i ricoveri per tutta l’Usl 3 Serenissima con una equipe dedicata multidisciplinare composta da Pediatra endocrinologo, nutrizionista, Neuropsichiatra infantile e psicologo.

In tutto il 2020, all’ospedale Civile sono state gestite 32 nuove diagnosi di disturbi del comportamento alimentare: 13 in regime di ricovero ordinario, 19 in regime ambulatoriale o Day Hospital. Si tratta di patologie complesse, che scavano in maniera subdola trovando terreno fertile in altri disturbi psicopatologici, peggiorando la qualità della vita dei giovani pazienti. Spesso giovanissimi.

In uno studio del 2016 risulta che i disturbi insorgono nel 20% dei casi in giovani di età compresa tra gli 8 e 12 anni, nel 50% tra 15 e 25 anni e nel 30% dei casi oltre i 25 anni e la prevalenza tra i due sessi si stima essere di circa 1 maschio ogni 6 femmine.

In Italia si stimano oltre 3 milioni di persone con disturbi alimentari ed il 70% è un adolescente. Un quadro di per sé drammatico, che lo scoppio del virus non ha fatto che peggiorare.

«Con un lockdown interrotto parzialmente nel periodo estivo» spiega il primario di Pediatria, «abbiamo osservato come l’isolamento ed il distanziamento sociale, la ridotta mobilità personale e la limitata possibilità di esercizio fisico con la conseguente paura dell’aumento di peso, abbiano prodotto numerose ricadute e nuovi esordi di malattia. Anche la convivenza prolungata con i familiari non sempre è stata una condizione favorevole. Non poco ha pesato la presenza e la vicinanza con scorte alimentari soprattutto nei pazienti affetti da bulimia nervosa che spesso hanno innescato episodi di abbuffata».

Va da sé che il virus, e i rigidi protocolli anti-contagio, hanno inevitabilmente ridotto o reso più difficoltoso l’accesso a trattamenti neuropsichiatrici e psicologici adeguati. Sono stati così interrotti gli interventi educativi come le attività guidate. L’organizzazione dell’azienda sanitaria ha invece permesso un mantenimento costante di tutti i percorsi di cura. —


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