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Sblocco dei licenziamenti a fine marzo: settemila posti di lavoro a rischio nel Veneziano

Commercio, turismo e moda i settori con più esuberi. Quasi 30 mila i lavoratori a casa in cassa integrazione a zero ore 

VENEZIA. Si avvicina la data del 31 marzo, giorno in cui, salvo modifiche, scadrà il divieto di licenziamento e terminerà la cassa integrazione Covid. Più volte i sindacati hanno chiesto al governo di “accompagnare” lavoratori e aziende al termine della pandemia, altrimenti si rischiano a livello regionale circa 50 mila licenziamenti. Nel Veneziano potrebbero essere più di 7 mila posti di lavoro che andranno persi.

I lavoratori più colpiti saranno quelli impiegati nei settori commercio, turismo annuale e moda. Poi si aggiungono le aziende della filiera e che offrono servizi a questi settori. Grazie alla cassa integrazione e assegni di solidarietà, nel Veneziano c’è l’equivalente di 26-29 mila lavoratori a zero ore.

Nel 2020 a seguito di questi sussidi sono crollati i licenziamenti, pronti però a ripresentarsi a breve. «Siamo molto preoccupati per quanto accadrà in aprile, auspichiamo un spostamento di qualche mese dei sussidi», commenta Nicola Pegoraro, segretario provinciale di Fisascat-Cisl. «Nel Veneziano stiamo seguendo la situazione del Centro Tom e Conad. Il 2021, per il turismo veneziano, sarà un anno delicato, ci auguriamo grazie anche alla campagna di vaccinazione inizi una lenta ripresa con l’estate. Il sindacato si sta già attivando per creare opportunità grazie a politiche attive per il reintegro nel posto di lavoro».

Preoccupato il mondo artigiano del Veneziano. «Nel primo trimestre dell’anno rischiamo lo stesso numero di chiusure di aziende di tutto il 2020». È l’allarme lanciato da Confartigianato Venezia in vista dell’avvicinarsi della scadenza degli ammortizzatori sociali per i propri dipendenti e del divieto di licenziamento. «Nell’immediato serviranno ristori certi e commisurati alle realtà territoriali ed economiche delle singole aziende e non generalizzati», dichiara il presidente della Confartigianato metropolitana, Siro Martin. «Basti pensare alla particolarità delle città storiche, come ad esempio Venezia, dove le imprese artigiane hanno registrato cali nei fatturati che sfiorano l’80%.

Nel medio e lungo termine, poi, serve un piano strategico per il rilancio di tutto il mondo artigianale e le risorse del Recovery dovranno essere utilizzate per aiutare le nostre imprese ad investire e ritrovare la voglia di inventare. Altrimenti rischiamo ripercussioni gravissime per artigiani e collaboratori».

Per valutare la gravità della situazione in provincia di Venezia, è utile considerare quanti sono i lavoratori “sospesi”, ovvero i posti di lavoro equivalenti in cassa integrazione e assegni di solidarietà a zero ore, la cui somma si aggira su 26-29 mila lavoratori.

La Cisl del Veneto ha diffuso i dati relativi alla cassa integrazione richiesta dalle aziende in provincia di Venezia da marzo a novembre 2020. Le ore sono state pari a 55,5 milioni, così suddivise: 29,5 milioni ordinaria, 7,8 milioni straordinaria e 18,1 milioni in deroga. In media viene utilizzato il 50% delle ore autorizzate. Quindi si possono stimare circa 28 milioni di ore effettive di Cig, pari a una media di 3 milioni di ore al mese, che equivalgono a 18-20 mila lavoratori sospesi a zero ore. I lavoratori che non usufruiscono della cassa integrazione accedono agli assegni di solidarietà (Fondo Fis).

In Veneto da marzo a novembre le ore autorizzate sono state circa 130 milioni. Non si conosce l’effettivo consumo degli assegni di solidarietà, ma ipotizzando sia uguale a quello della Cig, la provincia di Venezia, in proporzione agli occupati, dovrebbe dunque avere circa 8-9.000 sospesi. —


 

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