Proteste dirette dall'esterno, il mistero della rivolta nel carcere di Venezia

La rivolta nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia nel marzo scorso

In seguito alla rivolta 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio

VENEZIA. Le prime avvisaglie c’erano state qualche giorno prima. La protesta contro il blocco delle visite causa lockdown e il sovraffollamento era iniziata con la tradizionale “battuta” delle stoviglie contro i ferri delle celle. Poi, però, una cinquantina di detenuti era passata a distruggere telecamere, suppellettili e persino a dare fuoco alle lenzuola, con spirali di fumo che uscivano dalle finestre del carcere, creando pericolo e scompiglio.

Era il 10 marzo e da giorni le carceri italiane erano in rivolta con morti, feriti, pestaggi e centinaia di migliaia di euro di danni. Al Santa Maria Maggiore di Venezia è finita in maniera diversa: meno danni, nessun morto e qualche contuso. Ma anche a Venezia c’è il sospetto, non solo da parte degli agenti penitenziari, che ci fosse una regia a governare la rivolta.

Il giorno prima, alle prime avvisaglie della protesta, i detenuti ottennero di incontrare Sergio Steffenoni, il garante per i detenuti di Venezia. Durante l’incontro venne garantito l’arrivo di ulteriori telefoni cellulari per i colloqui e che sarebbero state aumentate le misure anti contagio, con l’individuazione di una serie di celle destinate a chi entrava e doveva attendere l’esito del tampone. Colpì tutti quelli che disse uno dei detenuti presente all’incontro quale rappresentante dei carcerati.

Disse: «Noi non possiamo non fare nulla». In quei giorni, Santa Maria Maggiore contava 262 persone recluse a fronte di una capienza regolamentare di 159 posti (e di una capienza tollerabile di 239 persone). Per di più il carcere non accettava più detenuti. Di lì a poco vennero bloccati i trasferimenti a livello nazionale, mentre quelli in ambito regionale si eseguono ancora oggi, accogliendo i nuovi ospiti in celle predisposte per la quarantena. Solo in una fase successiva vengono portati nelle varie sezioni.

La protesta scoppiò al termine della visita, di una sezione, del presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia. Il magistrato era arrivato a garanzia di quello che era stato annunciato il giorno prima.

A Santa Maria Maggiore c’era così chi era passato dalle “battute” di protesta serali, alle vie di fatto.

Nella fase più difficile anche il terminal automobilistico di Piazzale Roma era stato blindato da un doppio cordone di sicurezza delle forze dell'ordine, mentre un elicottero ha sorvolato dall'alto la zona. Si temeva l’arrivo di persone dall’esterno in appoggio ai detenuti. Vennero incendiati materassi e lenzuola, spaccato suppellettili e vetrate è staccato pure le telecamere del sistema di videosorveglianza.

Per mesi il carcere rimase senza vetrate sui corridoio, in seguito alla discussione su che tipo di materiale doveva essere usato per quelle nuove. In seguito alla rivolta 23 i detenuti delle più diverse nazionalità (italiani, tunisini, marocchini, romeni, senegalesi, bulgari) che sono stati accusati di aver preso parte alle violente proteste e sono così stati citati a giudizio. —

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