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Camorra a Eraclea. «Facevo recupero crediti per il boss Donadio, ma ero stanco di vedere imprenditori piangere»

Luciano Donadio e una postazione d'ascolto di investigatori della guardia di finanza

Ecco come il clan stava conquistando il territorio, scalando un'impresa alla volta. Il pentito Vaccaro: «Tutti avevano paura, a chi gli doveva 470 mila euro mi disse di sparargli alle gambe e addosso» 

l’udienza

«Tanti imprenditori si riferivano a Donadio per recuperare crediti: non andavano dalle forze dell’ordine, dall’avvocato, ma da Donadio che aveva il suo nome in zona per recuperare i soldi subito», «vai dai Casalesi di Eraclea perché è più sicuro, ma per il resto, qui è molto diverso da Napoli: non esiste il pizzo, non si possono fare estorsioni ai negozianti nel Veneto, perché qui non si pagano carabinieri e forze dell’ordine, servono corrotti per coprire il pizzo».


Parla in un napoletano stretto. Velocissimo. Vincenzo Vaccaro è alla sua terza udienza da collaboratore di giustizia nell’aula bunker di Mestre. È il giorno del contro interrogatorio delle difese, ma suona quasi come una replica di quello della Procura. Ad ogni domanda dei difensori, risponde con un fiume di parole che stordisce: armi nascoste in soffitta, prestiti ad usura ed estorsioni-recupero crediti come pane quotidiano, giornalisti da gambizzare perché scrivono troppo (la collega Monica Andolfatto, segretaria regionale della Fnsi: «Me l’aveva ordinato Luciano Donadio. Dovevo farlo quando usciva dal Gazzettino, ma sono stato arrestato per la vendita di soldi falsi e poi ho iniziato a collaborare»). E, ancora imprenditori da “sparargli addosso”, camion da rubare e vendere, poi, bruciare.

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Vaccaro ricostruisce la macchina del “recupero crediti”: «Di solito si andava nell’ufficio, con le fatture in mano, dicevamo che eravamo il “clan dei casalesi” e che questo era il primo avvertimento, poi sarebbe andata a finire male. Andavo sempre su indicazione di Luciano Donadio».

Ma c’è anche l’omertà di molti. E non ne parla solo al passato. «Tutti avevano paura di Luciano Donadio e Raffaele Buonanno a Eraclea. Donadio è in carcere, ma ha sempre conoscenti albanesi, rumeni, zingari: basta un attimo a mandare qualcuno a picchiarti», dice Vaccaro, «non vengono certo qui in aula a dire mi ha fatto un’estorsione».

Un caso limite è quello dell’ex imprenditore di Eraclea, Amorino Zorzetto, che da imprenditore strozzato dai tassi ad usura, si fa complice del clan e per questo è stato condannato a 2 anni e 8 mesi nel processo agli imputati che hanno scelto il rito abbreviato.

«Zorzetto era sotto Donadio con le sue ditte, doveva dargli 150 mila euro poi aumentati a 350 mila: lo proteggeva per i suoi interessi, perché doveva riprendersi i soldi. Ma a Treviso, l’aveva preso a schiaffi perché Zorzetto aveva dato assegni scoperti a un napoletano, poi gli ha detto che gli avrebbe fatto saltare la casa come aveva già fatto. Ha ancora paura, teme per la famiglia».

Vaccaro – che decide di collaborare con la Procura di Udine, dopo essere stato arrestato mentre cerca di vendere 90 mila euro a una ufficiale della Finanza sotto copertura –- dice di aver fatto l’infiltrato per la Finanza dal 2009 al 2012, passando ogni informazione.

L’avvocato Gentilini, legale di Donadio, riesce a fargli ammettere che non tutto ha raccontato alla Finanza: non ha detto della pistola calibro 6 che aveva nascosta nel cuscino e del tesserino da finanziere clonato per le truffe. Tra i tanti episodi, Vaccaro racconta anche quello dell’imprenditore di Udine che doveva 470 mila euro a Donadio. «Cambiava sempre idea: prima mi disse di sparargli alle gambe, poi addosso. “Ma così lo ammazzo”, dissi. Poi lo ha saputo Bonanno che si è arrabbiato e non se ne è fatto più nulla. Aveva promesso 3 mila euro a me e Tommaso Napolitano».



«Avreste preso 1500 euro a testa per uccidere una persona?», domanda Gentilini per sottolineare una cosa tanto abnorme da essere poco credibile. «Sì», risponde senza indugio Vaccaro, che spiega così la decisione di collaborare: «Ero stanco di vedere la moglie di Zorzetto piangere o imprenditori che non avevano niente da dargli; che mi dicessero spara a questo e all’altro. Collaborare è l’unica cosa giusta e buona che ho fatto, così si toglie tutta questa schifezza dalle strade: dovevo mettere una bomba a una signora di 82 anni». Il riferimento alla titolare di un bar a Ceggia che aveva inviato i Nas alla pizzeria del “suocero” di Donadio.

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