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Covid, quei muri di Mestre che urlano dolore. Mai così pieni gli spazi degli annunci funebri

Il record di morti ha trasformato gli angoli della città dedicati alle epigrafi in un gremitissimo cimitero di sofferenza

IL RACCONTO

Le epigrafi sono lì, in mezzo al vociare della gente. Alla sinistra della tabaccheria e alla destra del bar. Silenziosa presenza che accompagna una parte della nostra città da anni; forse da sempre, verrebbe da dire. Non hanno la presenza invadente di certi “lenzuoli” che si vedono in altre città d’Italia. A Mestre, non hanno nemmeno la decorosa cornice di una teca, che dovrebbe essere normalità. Alcune sono sgualcite dal vento e dalla pioggia, su altre è irrispettosamente sovrapposta una gamba della bacheca esterna del Duomo, che taglia a metà nomi e fotografie. Passandoci a fianco, se non si è di fretta, è abitudine fermarsi, quasi fosse un rito, svuotato però di ogni significato. Per una scorsa ai nomi, ai volti, spesso dettata da una curiosità morbosa; per poi proseguire, riprendendo il discorso dal punto in cui era stato interrotto.


Ma ora questa silenziosa presenza inizia a farsi sempre più ingombrante. Imponendo lo scuotimento dal torpore dettato dalla visione quotidiana, senza mutazioni, e quindi diventata abitudine. Quei fogli bianchi plastificati, con le immagini verticali e un’intestazione sempre uguale, da una manciata che erano iniziano a diventare dieci, quindici, venti.



È il muro del pianto mestrino, all’intersezione tra piazza Ferretto e via Ferro; ce n’è un altro che dà in calle del Sale e un altro ancora sulla facciata del Duomo. Silenziosi moniti ai passanti, che richiamano la scritta che si legge nella cripta dei Cappuccini, nella chiesa romana di Santa Maria della Concezione: «Noi eravamo quello che voi siete e quello che noi siamo voi sarete».

Un paragone certo macabro, ma che sia d’aiuto ad allontanarsi dalla bulimia di numeri, da mesi macinati come fossero semplici dati da incasellare.

È così a Mestre, ma è così a Venezia e in tutte le cittadine e i paesi della nostra provincia. Pareti funebri che hanno funestato l’anno appena trascorso, senza alcuna intenzione di interruzione. Non sono mai stati così pieni, questi muri dedicati agli annunci funebri.

Dal 21 febbraio, il Covid ha strappato alla vita 1.256 veneziani. Per fare un esempio concreto, Teglio Veneto, il Comune meno popoloso dell’area metropolitana, ha circa 2.300 abitanti. È come se oltre la metà di questi non ci fossero più. Come se ognuno dei residenti ancora in vita avesse perso contemporaneamente un genitore e un fratello, un fratello e un figlio, e anche di più. È come se se ne fosse andato, all’improvviso o quasi, il panettiere sotto casa, l’edicolante di fiducia, il ristoratore un po’ burbero. Una memoria collettiva spazzata via.

Domani il muro del pianto mestrino sarà ulteriormente aggiornato, perché ieri il Covid ha deciso di interrompere altre 12 vite. Altri nomi da leggero, perché non ci sono più, e di fronte ai quali decidere se tirare dritto o se fermarsi e imparare qualcosa. —

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