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Gruppi malavitosi diversi, stesso mercato. I rapporti tra i Maritan e il clan Donadio

I rapporti dei Sandonatesi, ex affiliati della banda Maniero, e i più giovani casalesi di Eraclea. Gli incontri, i contatti: Celardo fece da tramite negli anni ’80. Non si sono mai pestati i piedi

L'indagine

Era inevitabile che i Maritan incrociassero Luciano Donadio sulla loro strada. Il mondo è piccolo e gli affari sono quelli. Punto di contatto Mimmo Celardo, napoletano, nel Sandonatese dagli anni ’80. Più volte arrestato per spaccio, intestatario di diverse attività economiche tra cui un ristorante, ma molto presente nel mondo dell’edilizia dove aveva prestanomi a capo di diverse ditte. Muore per malattia nel 2011. Celardo si riferiva al clan camorrista Moccia, formazione di rilievo presente nel Napoletano e nel Casertano.



L’intesa di Celardo con i Maritan nasce con l’acquisto delle partire di droga da Napoli, coordinate da Felice Maniero.

I Maritan hanno sempre avuto nel commercio della droga il core business assoluto. Salvaguardato quel commercio, fanno volentieri a patti con i più forti e più capaci di loro. Prima Maniero e poi, appunto, Donadio, camorrista, arrivato in zona all’inizio degli anni ’90 e che faceva riferimento al cartello dei casalesi.


Dopo lo scioglimento definitivo della banda di Maniero, Domenico Celardo venne assorbito nel gruppo di Donadio e, alla sua scomparsa, sostituito dal figlio Raffaele.

«Alla riunione con i casalesi di Eraclea vennero Luciano Donadio, Mimmo Celardo (che non è casalese ma appartiene al clan Moccia, ndr) e Raffaele Buonanno salutando Silvano Maritan e a presentarsi, dato che non si conoscevano di persona, perché il Maritan era detenuto da 14 anni. Fu Celardo a indicarmi il Donadio e poi a presentarmelo al bar di Eraclea, nella piazza del paese, vicino al suo ufficio. Celardo me lo indicò come il referente dei “casalesi”». A parlare con gli inquirenti è Umberto Manfredi, genero di Maritan.



Non sono ancora del tutto chiari i termini dell’accordo messi a punto tra i casalesi e i Maritan. Di sicuro, negli anni, non si pestarono i piedi. Secondo gli inquirenti, infatti, Luciano Maritan chiedeva soldi a Donadio per poter acquistare la droga da rivendere nel litorale, «a conferma dei mutati equilibri criminali nell’area del Basso Piave», scrivono assegnando quindi ai Maritan la parte dei perdenti.

Parlando del vecchio Silvano Maritan, Donadio è parco di commenti: «Lo conosco, lo conosco che sta... lo conosco di vista, così perché il nipote lavoravano insieme, mi ha venduto il camion tre posti che era del nipote di Maritan... Gli ho messo i pavimenti a San Donà, gli feci tutti i lavori delle mattonelle nelle villette che stava facendo nella zona di Borgovecchio».



Per il boss di Eraclea è stata buona cosa trovare nel Sandonatese un terreno “dissodato” dalla pluriennale presenza criminale, una preparazione involontaria del territorio, già recettivo, alle pratiche criminali di stampo mafioso. Come è stata buona cosa che quella presenza, dopo l’auto scioglimento della federazione operata da Maniero nel ’95, fosse abbastanza indebolita.

La compresenza incruenta dei due gruppi – uno locale e l’altro che è stato importato dal Sud, dal profilo e dalla capacità criminale molto diversa – ci fa capire come in Veneto ci sia stato negli anni, e ci sia tuttora, posto per tutti e che il tanto decantato “controllo del territorio” da parte delle mafie, rimanga un concetto a geometria molto, molto variabile. —

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