«Virus subdolo, ho pensato di morire». Il prefetto di Venezia racconta i 13 giorni più duri

Zappalorto è a casa dopo il ricovero in Terapia intensiva. «Ha ragione Zaia: i negazionisti andrebbero portati lì a vedere»

VENEZIA.

«Quando mi hanno detto che l’infezione interessava tutto un polmone ho capito quanto fosse subdolo questo virus, quanto fosse facile morire senza accorgersene. Fino a quel momento avevo avuto poche linee di febbre, qualche altro sintomo ma nulla di che. Ero in isolamento perché positivo al tampone. Posso dire che un collasso mi ha salvato la vita».


Il prefetto Vittorio Zappalorto sabato scorso è uscito dall’ospedale dopo tredici giorni di ricovero, quattro dei quali trascorsi in terapia intensiva.

Tredici giorni dove i sentimenti che spesso gli hanno fatto compagnia sono stati la paura e per un momento il panico, spesso cacciati da una carezza dei sanitari che lo hanno assistito e che assistevano con la stessa umanità e professionalità gli altri pazienti.

Il Prefetto ha scoperto di essere stato contagiato il 9 novembre quando si è sottoposto a un tampone.

Inizia l’isolamento durante il quale Zappalorto registra sintomi che vanno e vengono e che sono segnali del contagio. Ma si tratta di sintomi blandi e con i quali è tutto sommato facile convivere.

Poi si arriva alla mattina del 15 novembre e cosa succede?

«Mi alzo regolarmente dal letto. Tutto mi sembra normale. Ma, mentre sono seduto a tavola per fare colazione, ho un collasso. Appena mi riprendo chiamo il mio medico. Racconto cosa mi è accaduto e che sono positivo al Covid. Mi visita per la prima volta. Sente i polmoni e dice che non c’è tempo da perdere. Devo andare il più veloce possibile al Pronto Soccorso. Arrivo al Civile e dopo i primi accertamenti mi dicono che un polmone è completamente infiammato. La situazione non è semplice nonostante io non sia cardiopatico, una persona obesa e non fumi. I primi giorni trascorrono regolarmente. Poi la situazione anzichè migliorare peggiora».

E il momento più difficile anche per lo stato d’animo che peggiora?

«Il 19 novembre mi devono trasferire dal reparto Covid, a quello di terapia intensiva. Infatti l’infezione ha intaccato anche l’altro polmone. In quel momento ti rendi conto di come sia facile morire senza accorgetene. Di quanto sia subdolo questo virus che all’inizio ti colpisce senza grandi sintomi e poi lentamente e sotto traccia inizia a portarti verso la morte. So di essere in Rianimazione, in un reparto che fa paura, anche perché non hai nessuno dei tuoi vicino. Cominci ad aver paura».

Paura e anche momenti di panico. Sentimenti che nascono dalla consapevolezza che non ci sono molte armi per combattere questo virus?

«Come si sa non c’è una vera e propria cura per combattere il Covid. Si usano il cortisone, l’eparina e gli antibiotici. Farmaci che usano per curare altre centinaia di patologie. Mi hanno applicato per due giorni il casco per l’ossigenazione. La differenza l’hanno fatta i medici, la loro umanità la capacità di non farti sentire solo. Di farti sentire al sicuro. Una professionalità che hanno mostrato con me ma anche con gli altri pazienti, perché viene da una scuola, da una formazione specifica. Solo il primario di medicina Andrea Bonanome sapeva chi ero. Per gli altri ero Vittorio".

Poi la terapia intensiva...

"Per due giorni con il casco in testa, sono stati molti i momenti di panico, ma ogni volta una carezza alla mano, un cenno, un piccolo gesto del primario Marco Meggiolaro o di Sara Maggiolo o Anna Nogara i due medici che seguivano i pazienti, mi ridavano tranquillità. Sono sicuro che questo atteggiamento, questo approccio sia una filosofia che dipende molto dalla direzione generale e dell’ospedale. Quando si è lì, e tocchi con mano quelli che fino a qualche giorno prima sentivi raccontare o leggevi sulle carte, è un grande aiuto anche per trovare la forza di guarire. Tolto il casco sono rimasto ancora un po’ in terapia intensiva, fino a quando i parametri si sono stabilizzati in una situazione di fuori pericolo. Poi mi hanno riportato in reparto da dove sono stato dimesso al tredicesimo giorno dal ricovero».

Tredici giorni di ricovero, nove chili persi. E se c’era bisogno, la consapevolezza che il coronavirus rimane un nemico subdolo, difficile da battere. Cosa dice a chi sminuisce la pericolosità del virus, o addirittura lo paragona ad un’influenza?

«I negazionisti sono persone che pensano solo a se stesse. Sono egoisti. Devo dire che ha ragione il presidente della Regione Luca Zaia quando dice che andrebbero presi per un orecchio e portati in un reparto di terapia intensiva. E lasciati lì almeno un giorno. Si renderebbero conto di quanta sofferenza c’è tra chi è stato infettato e quanto m lavorano i sanitari per salvarli. Solo così eviterebbero di dire certe cose». —

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