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Pesca in ginocchio, fatturati a picco e vendite minime. Allarme da Chioggia: «Così salta tutto»

La semi chiusura dei ristoranti, oltre al fermo biologico fa segnare una crisi senza precedenti: 2020 anno nero 

CHIOGGIA. Pesca in ginocchio. Anno orribile il 2020 anche per il settore portante dell’economia di Chioggia e del Veneziano, dove la pandemia ha inferto un’ulteriore mazzata a un comparto già in serie difficoltà per i vincoli imposti da Bruxelles e la mancanza di ammortizzatori sociali. All’appello mancano sei milioni di euro di fatturato del mercato ittico all’ingrosso, che chiuderà con un -20% (ha toccato anche un -50% nella prima ondata del Covid).

Con i ristoranti chiusi e l’export contratto, la domanda di pesca è drasticamente calata e gli armatori hanno dovuto, in autonomia, reinventarsi le “regole del gioco” ricalibrando giorni e orari di pesca per riuscire a tenere prezzi dignitosi.

Al settore non è mai stato imposto il lockdown, trattandosi di un genere di prima necessità, ma a marzo gli armatori hanno scelto, nella quasi totalità, di fermarsi per qualche settimana, riprendendo poi pian piano la via del mare. Hanno però ridotto i giorni di uscita, spesso dimezzandoli, o le ore di pesca perché il mercato non riusciva a assorbire normali quantità di pescato.

La pur leggera ripresa di giugno non ha bilanciato minimamente il -50% registrato nei due mesi precedenti e dopo un’estate comunque sottotono, soprattutto per l’assenza di un turismo normale, è arrivata la seconda ondata a travolgere nuovamente il settore.

«Il 2020 rimarrà un anno nero», spiega Pierpaolo Piva, referente Fai Cisl, «la nostra marineria, unica in Italia, a marzo si è fermata per capire come garantire la piena sicurezza nel lavoro ed è tornata in mare quando ha avuto le condizioni per farlo. È chiaro però che il settore è in fortissima difficoltà, la domanda si è contratta e di pari passo i pescatori hanno ridotto giorni di uscita e ore di lavoro. Ne consegue un calo dei fatturati, ma se pensiamo che la cassa integrazione in deroga è arrivata con due mesi di ritardo e che a luglio è arrivato il fermo biologico, che viene pagato l’anno successivo, capiamo che il settore sta arrancando".

"Ora abbiamo di nuovo armatori che sono ricorsi alla cassa integrazione in deroga e il futuro è incerto. Il Covid, poi, è solo uno dei punti neri. Il settore sconta le politiche miopi di Bruxelles che tratta il Mediterraneo come i Mari del Nord imponendo continue riduzioni dello sforzo di pesca, che andrebbero commisurate con le condizioni specifiche. Senza contare che non esistono ammortizzatori sociali stabili per il mondo della pesca, così come esistono invece per l’agricoltura».

«Quando chiude il canale Horeca (quello dei ristoranti)», precisa Marco Spinadin, presidente regionale di Federcopesca, «il contraccolpo per la pesca è inevitabile. La nostra marineria non si è mai fermata per i Dpcm, ma si è fermata perché non c’era domanda. Anche nella ripresa, minima, estiva, gli armatori hanno dovuto ricalibrare il lavoro per assecondare la domanda contratta. Inutile portare pesce in un mercato che non lo richiede, meglio ridurre le quantità, nel tentativo di tenere un prezzo dignitoso".

"Anche se non sempre è stato possibile, penso a esempio alle cozze, ingrediente principe nei piatti dei ristoranti, che al chilo non hanno raggiunto i 50 centesimi. Gli armatori si sono accordati tra loro sul numero di uscite e spesso anche su arrivi differenziati, per riuscire a assicurare un minimo di reddito. Ovvio che tutti questi sforzi non hanno comunque pareggiato le perdite della primavera, quando per alcune tipologie si gioca il fatturato di tutto l’anno, penso a esempio alla pesca delle seppioline. Oltre alla chiusura dei ristoranti, il settore sconta anche le contrazioni nell’export, in particolare verso Spagna e Francia». —

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