«Pazienti veneziani più giovani e noi più attrezzati, ma fa impressione vedere la fame d’aria»

Parla il primario di Rianimazione del Covid hospital di Jesolo, Fabio Toffoletto: «Curiamo con antivirali e plasma autoimmune» 

JESOLO. Tutti i giorni in corsia per combattere una vera e propria guerra contro il Covid, il virus che sconvolge la vita di mezzo pianeta. Il volto terreo dei pazienti che entrano nel suo reparto. A volte senza più uscirne. La fame d’aria che colpisce quasi tutti, l’affanno di chi annaspa in cerca di ossigeno. Sono mesi complicati per i medici in prima linea, soprattutto quelli che si occupano delle terapie intensive.

Il dottor Fabio Toffoletto è il primario di Terapia intensiva e Rianimazione all’Usl 4 del Veneto orientale e oggi in pianta stabile al Covid hospital di Jesolo, dove sono ricoverati 14 pazienti in Terapia intensiva, occupando così tutti i posti disponibili, tre in semintensiva e una quarantina nel reparto Malattie infettive del nosocomio.


Con lui, oltre 40 infermieri e 12 operatori socio sanitari, una ventina di medici, un vero e proprio esercito in missione che usa le armi della medicina rischiando a loro volta il contagio tutti i giorni. Sono più di mille i positivi nel Veneto orientale e il Covid Hospital di Jesolo può arrivare a circa 90 ricoveri nelle Malattie infettive, contando anche sulla casa di cura Rizzola a San Donà e sulla casa di riposo Stella Marina di Jesolo.

I posti letto per ogni emergenza non mancheranno nel territorio dell’Usl, che si è ampiamente organizzata anche per nuove eventuali ondate di contagi. È vero che Terapia intensiva è satura, ma ben otto pazienti sono stati trasferiti da altre Usl del Veneto e qui sono ricoverati solo i casi più gravi. In piena pandemia, tutto l’ospedale di Jesolo era divenuto Covid Hospital, oggi sono stati mantenuti anche altri reparti e ambulatori attivi nell’ospedale, pur con flussi nettamente separati e in sicurezza.

Cosa è cambiato rispetto alla prima ondata di contagi?

«Sicuramente l’età media dei pazienti si è sensibilmente abbassata e oggi siamo intorno ai 60 anni, probabilmente perché la popolazione anziana si è protetta di più e mantiene condotte più responsabili rispetto ai più giovani. L’aumento dei ricoveri in questa seconda ondata non è stato inoltre come un’inondazione improvvisata, ma si è manifestata con un progressivo aumento dei contagi, che però siamo riusciti ad affrontare grazie a un’organizzazione che questa volta era molto più preparata».

Quali le terapie adottate e cosa succederà quando arriverà il vaccino?

«Le terapie che oggi adottiamo sono il miglioramento della respirazione dal punto di vista della ventilazione. E somministriamo antivirali e plasma iperimmune. La differenza rispetto al periodo dello scorso marzo è che allora non si conoscevano i farmaci realmente efficaci. Con l’arrivo del vaccino, nel periodo invernale non avremo cambiamenti evidenti, almeno all’inizio, ma li avremo per l’inverno dell’anno prossimo. Bisognerà mantenere sempre le necessarie accortezze, con un comportamento responsabile. Questa è la prima terapia».

L’indice dei contagi appare in calo in questo territorio?

«Sono dati della Regione e valgono anche per la nostra Azienda sanitaria, anche se noi siamo posizionati a valle nella nostra attività ospedaliera e per il momento, dal nostro punto di vista, i ricoveri sono ancora tanti».

Ricorda qualche episodio che l’ha colpita particolarmente?

«Proprio in questi giorni ho parlato con un signore di 55 anni, ricoverato, il quale dice di sentirsi abbastanza bene nel complesso, ma che ha una grande fame d’aria. È terribile questa sensazione dei pazienti, che sentono in ogni momento della loro giornata di non poter respirare».

Che cosa pensa di chi ancora non crede a questa pandemia e denuncia complotti?

«Se certa gente arrivasse in Pronto soccorso o in Rianimazione, cambierebbe subito idea. Comunque sia, meno si parla di queste persone, meglio è». —



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