Due hotel e una decina di Bed & Breakfast, i bengalesi di Venezia fanno da sé

Isolate 250 persone, spese pagate dall’intera comunità, garantito anche il servizio di consegna pasti a domicilio 

VENEZIA. Quando un paio di mesi fa il coronavirus è scoppiato tra molti lavoratori bengalesi della Fincantieri i connazionali si sono organizzati isolando i positivi in due hotel e in una decina di B&B. E così, mentre nel territorio si stava ancora ipotizzando se mettere a disposizione per i contagiati alcune strutture come si sta facendo in questi giorni, i bengalesi avevano già messo in campo le difese per combattere l’arrivo del virus.

Nell’intera comunità, formata nel Veneziano da circa diecimila persone, è scattata l’urgenza di trovare subito una soluzione. Le strutture, di proprietà di alcuni bengalesi, sono servite per allontanare dalle case i contagiati, proteggere i familiari e i lavoratori positivi fino all’esito negativo del tampone. Le spese sono state pagate dalla comunità che, grazie all’unione di 27 associazioni, ha fatto una mega colletta per aiutarsi a vicenda.


Da due mesi sono state isolate quasi 250 persone in un albergo a Mestre, uno a Marghera e in una decina di appartamenti diffusi. In più, grazie a un take away bengalese, la comunità ha gestito da sola anche il servizio per consegnare il cibo. Tutto questo è stato fatto da volontari. «Avevamo chiesto già nei mesi passati all’azienda sanitaria se ci fossero delle strutture per aiutarci a isolare i positivi, ma l’unica soluzione era un hotel a circa 35 euro al giorno, cibo escluso» spiega il portavoce della comunità Kamrul Syed insieme ai rappresentanti di diverse associazioni Ronak Kazi, Hossain Sahadat, Sarder Monir e al consigliere di Municipalità Alì Afay «Per noi sarebbe stata una spesa impossibile da sostenere, ma anche per tante famiglie veneziane o di altre comunità. Vorremmo capire se le strutture di cui si sta parlando ora sono a pagamento o se sono previste delle riduzioni o agevolazioni».

La comunità bengalese ribadisce che non sta parlando soltanto per se stessa e ringrazia il dialogo che si è creato in questi mesi con l’assessore Simone Venturini e il comandante della polizia locale Marco Agostini. «Abbiamo delle famiglie numerose con una media di cinque persone e non potevamo permettere che si diffondesse a macchia d’olio in tutta la comunità» raccontano «Così a un certo punto abbiamo chiesto chi tra noi avrebbe potuto mettere a disposizione uno spazio e alcuni connazionali si sono offerti. Non è stato facile organizzare il tutto, ma ci siamo riusciti. I medici sono venuti a fare il tampone nelle strutture e, a oggi, abbiamo isolato 250 persone».

Tra le altre difficoltà sollevate dai portavoce c’è quella emersa tra alcuni lavoratori negativizzati che, di ritorno alla Fincantieri, si sono ritrovati bloccati fuori perché nel documento al posto di essere scritto “negativo” c’era scritto “non rilevato”, quando è noto che nel modulo consegnato dall’azienda sanitaria le due diciture si equivalgono. Inoltre ad altri lavoratori sembra sia stato chiesto di avere il certificato di due tamponi negativi quando, di recente, è passata la norma che ne basta uno. Il problema del costo delle strutture rimane quello principale. Come affrontare le spese? Già tempo fa il Pd aveva chiesto l’individuazione di una struttura per gestire l’isolamento dei positivi che non necessitano di ricovero.

«Ora bisogna essere celeri a rendere operative tali strutture e soprattutto far sì che siano alla portata di tutti» ha detto il consigliere comunale Giuseppe Saccà «Le tariffe devono essere diversificate e abbordabili per tutte le tasche. Farò presente in Comune che l’amministrazione può e deve fare la sua parte perché la pandemia rischia di presentare il conto più salato alle fasce svantaggiate della popolazione». —


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