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I pm Terzo e Baccaglini soddisfatti Si attendono motivazione e appelli

Pellicani (Commisione Antimafia): «Riconosciuta la complicità e la collusione tra criminalità e politica» Ieri udienza nel processo con il rito ordinario. Ricostruito un episodio avvenuto a San Donà nel 2002

roberta de rossi
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mestre

Il giorno dopo la sentenza della giudice Michela Rizzi che ha riconosciuto l’esistenza di un’associazione per delinquere di stampo mafioso ad Eraclea e nel Veneto orientale - con la condanna a 130 anni di carcere (con rito abbreviato) dei sodali di Luciano Donadio - è ancora tempo di processo “ai casalesi di Eraclea” all’aula bunker di Mestre, dove prosegue quello anche al “capo clan” Donadio e a Raffaele Buonanno, il Signore dell’usura, secondo l’accusa.

C’è ovviamente soddisfazione tra i banchi della Procura, anche se i due pm Baccaglini e Terzo ricordano che il Tribunale presieduto da Stefano Manduzio è del tutto autonomo nel suo giudizio. Ma la pietra miliare delle condanne per associazione per delinquere di stampo mafioso resta in tutta la sua forza evocativa, in attesa delle motivazioni e degli appelli che arriveranno.

commissione antimafia

«La condanna in particolare dell'ex sindaco di Eraclea Graziano Teso per concorso esterno in associazione mafiosa è la dimostrazione dell’esistenza di un legame stretto tra politica e camorra nel Veneto Orientale», il commento del parlamentare pd Nicola Pellicani, della Commissione Antimafia, «emergono complicità e collusione tra politica e criminalità organizzata, attraverso l'area grigia che comprende professionisti, imprenditori, bancari, amministratori e finanche rappresentanti delle forze dell'ordine. Una vicenda che ha coinvolto anche l'ex sindaco Mestre. Resta sempre più incomprensibile il mancato scioglimento del Comune di Eraclea, richiesto dal prefetto. Politica e istituzioni non possono restare indifferenti». In arrivo nuove audizioni della Commissione, compresa quella del prefetto Zappalorto.

l’avvocata condannata: la difesa

C’è poi il caso della condanna a 8 mesi per favoreggiamento esterno alla penalista veneziana Annamaria Marin, per vent’anni legale di Donadio, accusata di aver passato informazioni coperte da segreto istruttorio. Oggi parola alla difesa. «Nessuna sentenza di condanna sarà mai soddisfacente per un imputato, e questa non fa eccezione», il commento dell’avvocato Tommaso Bortoluzzi, «tuttavia merita qualche considerazione. In primo luogo, l’impianto accusatorio nei confronti dell’avvocata Marin è stato ampiamente sminuito dalla sentenza. Sui cinque episodi contestati, uno era prescritto anni prima dell’iscrizione nel registro degli indagati; dei rimanenti quattro, a fonte della richiesta di condanna per tre episodi e di assoluzione per uno, formulata dalla Procura, il Tribunale ha assolto da tre imputazioni, condannando esclusivamente per un episodio di 11 anni fa. La linea accusatoria, secondo la quale l’avvocata Marin si sarebbe resa autrice di episodi seriali, avrebbe garantito un continuo flusso informativo al presunto clan Donadio è fallita. La condanna è intervenuta per un unico episodio, dopo che l’indagine è durata per poco meno di vent’anni. Nessun flusso informativo, nessuna serialità di episodi. È evidente che la sentenza di condanna sarà impugnata, con la convinzione che la Corte d’Appello saprà adeguatamente riformarla».

In difesa della collega anche l’Associazione giuristi democratici Emanuele Battain. Nell’esprimere solidarietà a Marin - «conosciamo da tempo il suo rigore, correttezza e impegno quotidiano nella difesa dei diritti, specie delle persone più deboli, certi che il processo di appello le renderà giustizia» - l’associazione esprime anche «preoccupazione per una linea accusatoria nei confronti della collega – peraltro in gran parte respinta anche dalla sentenza - che sovrapponendo il difensore al suo assistito vanifica i principi costituzionalidel diritto alla difesa, del giusto processo e il ruolo del difensore nel processo penale, strutture fondamentali della nostra democrazia».

attentati e usura

Prosegue intanto in aula bunker il processo con rito ordinario, con udienze in calendario fino all’estate. Un’inchiesta mastodontica, dai mille rimandi. Ieri è stato sentito un maresciallo dei carabinieri di San Donà, chiamato a testimoniare su due episodi ormai archiviati per prescrizione, ma che per l’accusa contribuiscono a delineare il clima di quei tempi: «Faccio riferimento dal foglio 36.913 al foglio 36.925», cita il pm Terzo. Oltre 60 mila le pagine dei fascicoli d’accusa. Il maresciallo racconta dei 4 colpi di pistola alle vetrine dell’Agenzia Emiro di San Donà nel 2002, fatta risalire a una discussione tra il titolare e Antonio Pacifico: ne seguì una perquisizione a casa di Tommaso Napoletano, dipendente di Donadio con il ritrovamento di una pistola Smith&Wesson nascosta tra i cuscini del divano.«Durante i controlli squillò il cellulare di Napoletano e risposi io: era Donadio che mi chiedeva cosa stessimo facendo». Il secondo episodio ha per protagonista una signora che denunciò un’estorsione-usura: protestata, non riusciva a ottenere un fido dalla banca. Ne seguirono - denunciò - 30 mila euro dovuti a Buonanno e il consiglio di Donadio di andare da un direttore di banca suo amico a Stretti: «Basta presentarsi con un prestanome». —



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