Imbandite ma vuote le tovaglie della protesta «Siamo in ginocchio»

VENEZIA

Lo chef sembra appena uscito dalla cucina. Indossa la toque blance e avanza verso una tovaglia apparecchiata con un servizio in porcellana.


La location è un insolito Campo Santo Stefano, delimitato da un segnavia bianco e rosso che segna un dentro e un fuori. Dentro c’è un mondo della ristorazione a terra, fuori un pubblico che guarda impotente. Ieri alle 11.30 Aepe e Fipe hanno organizzato insieme ad altre 23 piazze italiane il flash mob di protesta #siamoaterra contro l’ultimo Dpcm che impone la chiusura dei locali alle 18.

Una cinquantina di esercenti si è seduto sui masegni mostrando dei cartelli con i numeri provocati dalla batosta del coronavirus, davanti a delle tovaglie vuote, simbolo del colpo che metterà in ginocchio le imprese che stavano riprendendosi dal primo lockdown. Il flash mob è iniziato con uno squillo di tromba e si è concluso con l’Inno d’Italia, in mezzo i discorsi di Ernesto Pancin dell’Aepe, di Elio Dazzo della Fipe e di Sebastiano Costalonga, assessore al Commercio. Disciplinati, ma arrabbiati, gli esercenti hanno voluto mettere la faccia su una decisione che ritengono ingiusta, quella di togliere la fascia oraria che rappresenta il maggior incasso, ovvero l’aperitivo e la cena. «Siamo nati il primo agosto del 2019 e da allora ci sono stati l’acqua alta e il coronavirus», racconta Andrea Martin che, con il socio Massimiliano Rossetti, ha aperto a San Polo il Ristorante Wistèria, «Ho sempre lavorato grazie a i giovani e credo nei giovani, per questo i nostri 12 dipendenti sono tutti under 25, inclusi i quattro appena assunti. Ho 55 anni e lavoro in questo settore da quando ne avevo 15. Rispettiamo il distanziamento, perché devono chiudere noi e non chi non segue le regole? Stiamo pagando le conseguenze di una totale assenza di controlli sulla movida durante l’estate».

Pancin snocciola i numeri della crisi a livello nazionale: il settore dei pubblici esercizi perderà nel 2020 per il primo lockdown 27 miliardi di euro su 96 di fatturato complessivo; questo secondo lockdown costerà 2,1 miliardi di euro e impedirà a 600 mila persone di lavorare; il settore garantisce acquisti per 300 milIardi di euro e dà da mangiare in media a 11 milioni di persone. Insomma, una strage come dimostra anche la chiusura annunciata dell’Osteria Alba Nova. «Il lavoro è un diritto costituzionale, ma ci lasciano a terra», hanno detto Pancin e Dazzo, a tratti commossi, «Paghiamo le scelte di una certa politica che ci considera untore per coprire l’incapacità di gestire i trasporti nei mezzi e l’organizzazione a scaglioni per l’ingresso degli studenti nelle scuole». Per il gestore di locali Al Portego e Il Volto si sta pagando il prezzo di un atteggiamento sbagliato in estate: «Sono qui perché è il mio modo Civile di protestare contro quella che considero un’ingiustizia», spiega Sebastiano Masiol «A mio parere si è cavalcato il calo dei mesi estivi e si è arrivati impreparati adesso. Per noi la chiusura a quell’ora incide per un buon 70-80%».

L’assessore Costalonga parla agli esercenti, dimostrando la sua vicinanza: «Mi auguro che questo Governo che sta mettendo in ginocchio il Paese ascolti almeno voi perché le amministrazioni comunali non sono state prese in considerazione», ha detto sedendosi poi per terra con gli imprenditori, «se sono democratici come dicono spero facciano un passo indietro perché altrimenti non si morirà solo di Covid-19, ma di fame». In mezzo agli esercenti c’è Monica Barbon, 47 anni, mamma di una bimba e ora senza lavoro: «Ho esperienza da vendere, ma sono considerata vecchia», racconta «Lavoravo in un B&B che ha chiuso e arrotondavo in un ristorante. Nessuno aiuta chi, come me, ha un figlio a carico e contratti non regolari. Noi siamo invisibili e sono qui perché le istituzioni si rendano conto che questa chiusura ci abbatte. Non riceverò la cassa integrazione, né un aiuto per me e la mia bambina. Si pensa alle vittime del coronavirus, ma intanto se ne fanno altre senza che nessuno se ne accorga». —



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