Conca del Mose, i costi lievitano di 15 milioni. Il Consorzio: «Aumento ingiustificato»

Il Provveditorato aveva dato il via libera, i commissari contestano i 45 milioni chiesti dalla ditta Cimolai

LIDO.

Troppo piccola per le navi commerciali. Pericolosa e fuori uso da sei anni dopo i danni subiti dalla mareggiata. La conca di navigazione di Malamocco torna adesso alla ribalta. La vogliono gli operatori del Porto, la vuole il Comune. La promette il Provveditorato alle Opere pubbliche. «Sarà pronta entro un anno», ha assicurato la presidente Cinzia Zincone.


Ma perché la conca di Malamocco, grande opera nella grande opera, gigante incompiuto che comincia ad arrugginire sott’acqua, è fuori uso? E perché in questi anni non si sono avviati i lavori per sistemarla?

L’ultima causa di conflitto è rappresentata da un «sovrapprezzo» di 15 milioni di euro nel preventivo di spesa per i lavori. «Aumento ingiustificato dei costi d 30 mila a 45 mila euro», scrivevano nella loro relazione di due anni fa gli amministratori straordinari del Consorzio Venezia Nuova Giuseppe Fiengo e Francesco Ossola.

La conca irrompe nella storia del Mose nel 2002. Soluzione escogitata dall’allora sindaco Paolo Costa – poi presidente del Porto – per far convivere la salvaguardia e l’attività del porto. La richiesta era stata avanzata dagli ambientalisti, uno degli 11 punti posti come condizione dal consiglio comunale per dare il parere favorevole al Mose. La conca è lunga 384 metri, ma larga “soltanto” 50.

Pochi per fa passare le navi portacontainer come la Gulsun, lunga 400 metri e larga 62. Pericolosa, perché l ’ingresso della nave soprattutto in condizioni di mare mosso è molto difficile. Non a caso allora i piloti avevano dato parere contrario a quella struttura rigida in cemento. Lo ricorda l’allora capo dei piloti Ferruccio Falconi. «Il porto passeggeri va fatto a Santa Maria del Mare», dice, «la conca allargata dotata di sistemi di scorrimento e briccole, come succede nel resto del mondo. Chi l’ha progettata non capiva di marineria».

Nel 2012, dieci anni dopo il “sì” del consiglio comunale del 2002, i lavori della conca sono in corso. Costa, nel frattempo nominato presidente dell’Autorità portuale, chiede che si faccia presto. E prepara intanto anche l’alternativa, l’off shore da 2 miliardi di euro. Nel febbraio del 2015, pochi mesi dopo lo scandalo e con i vertici del Consorzio e del Magistrato alle Acque (oggi Provveditorato) azzerati, una mareggiata danneggia la porta lato mare. Quella lato laguna va rifatta. Nel novembre 2017 il Comitato Tecnico approva i progetti di restauro e affida i lavori alla Cimolai, impresa friulana che nella gara era arrivata seconda, dopo la vincitrice Cordioli, realizzatrice dell’opera, nel frattempo fallita.

Ma l’impresa presenta un progetto diverso da quello che era stato preparato dalla società belga Sbe, progettista dei porti di Anversa, Bruges e Panama a cui si è rivolto il Consorzio. «Aumento ingiustificato dei costi da 30 a 45 mila euro», scrivono i commissari.

Qualche mese dopo, il provveditore Roberto Linetti nomina una commissione con lui stesso e gli ingegneri Ciriaco D’Alessio (ex presidente del Magistrato) e il dirgente del Provveditorato Luca Iovino. La relazione finale definisce «sufficientemente esaustive e dettagliate in termini di costo le giustificazioni presentate dalla Cimolai spa». E dunque «congrua» l’fferta presentata. Nonostante un altro gruppo di consulenti – con l’impresa Sacaim de Eccher, la stessa Sbe e la Technital di Scotti – avessero definito «sovrastimate» le azioni esterne e dunque i lavori.

Adesso il conflitto sembra essere concluso. Si faranno i lavori di restyling al prezzo richiesto (45 milioni di euro). In tutto fanno 375 milioni. Per un’opera nata sbagliata. E troppo piccola. —

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