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L’avvocata Marin si difende dalle accuse «A Donadio mai informazioni riservate»

Ieri in aula bunker le dichiarazioni spontanee della nota legale che ha spiegato quali erano i suoi rapporti con il boss

Roberta De Rossi
2 minuti di lettura

/ venezia

Ieri è stato il giorno dell’avvocata storica di Luciano Donadio, Annamaria Marin, al processo (con rito abbreviato) al cosiddetto “Clan Donadio”, gruppo accusato di aver imperato per un ventennio con metodi camorristici legati al Clan dei Casalesi, condizionando la vita economica e politica di Eraclea e del Veneto orientale.

La legale – professionista molto nota, ex presidente della Camera penale di Venezia – è accusata dai pubblici ministeri Terzo e Baccaglini di favoreggiamento, con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività di un’associazione mafiosa: per la Procura, avrebbe trasmesso a Donadio informazioni sulle indagini in corso, coperte da segreto istruttorio.

Un’accusa grave.

Ieri l’avvocata Marin si è difesa, rendendo per un’ora spontanee dichiarazioni: raccontando così la sua verità, senza domande da parte della Procura.

la difesa dell’avvocata-imputata

«Ha ribadito il fatto che le vengono contestate solo presunte rivelazioni di segreti, su cui però già la giudice per le indagini preliminari Paccagnella aveva detto che si trattava di quelle notizie non coperte da segreto e relative al rapporto tra l’avvocato e il suo cliente», spiega l’avvocato difensore Tommaso Bortoluzzi, al termine dell’udienza, «informazioni normali, come “faranno perizia sulla pistola” o sul principio attivo di droga sequestrata, notizie ricavabili dagli articoli di stampa di quel periodo. Notizie ovvie». Secondo la Procura, Marin avrebbe però fornito a Donadio anche informazioni relative ad altri clienti, suoi sodali.

«Il difensore ha obbligo deontologico di aggiornare sullo stato del procedimento e fornire documentazione relativa non solo l’assistito ma anche il cliente, se chi paga è diverso dall’assistito, secondo l’articolo 27 del codice deontologico, norma che prevede una sanzione se non la si rispetti», prosegue Bortoluzzi, riportando quanto detto in aula da Marin, davanti alla giudice Michela Rizzi, chiamata a giudicare i 34 imputati dell’inchiesta, che hanno scelto il rito abbreviato.

«Nei casi in cui Donadio le aveva detto di occuparsi di Tizio e Caio», conclude Bortoluzzi, «o era un dipendente diretto (come Napoletano) o aveva rapporti di lavoro (come Furnari, che era il subappaltante): Donadio si preoccupava che non si bloccasse il cantiere. E comunque nel capo d’imputazione non è contestato il fatto di aver riferito che cosa aveva detto o del tipo “induceva Napoletano a non fare il nome” : Napoletano, poi, ha sempre nominato lei, lo assisteva da sei anni prima che seguisse Donadio, dal 1999». Tommaso Napoletano è accusato di aver partecipato fin dal 2002 a minacce, estorsioni e recupero crediti al soldo del clan. A casa dell’imprendirore edile Rosario Furnari, invece, furono trovate tre pistole: lui ha detto per difendersi, ma secondo quanto raccontato dall’ex braccio destro “finanziario” di Donadio, Christian Sgnaolin, il boss era preoccupato perché tra le armi, c’era anche «la pistola sua preferita e temeva che confessasse».

Arena in aula dopo il malore

L’udienza si è aperta con il completamento dell’interrogatorio del collaboratore Girolamo Arena, che si era sentito male dopo la prima udienza. Lui ha detto quello che già altri coimputati hanno raccontato, ovvero, che Donadio decideva tutto, che faceva il “mammasantissima”, diceva a lui come agli altri di presentarsi come i Casalesi di Eraclea. Parlando di Raffaele Buonanno, Arena ha ribadito che era alla pari con Donadio e che quest’ultimo era più sul territorio, impegnato tra cantieri e false fatturazioni, mentre Buonanno si dedicava all’usura.

processo chiuso: verso la sentenza

Con l’udienza di ieri si è chiuso il processo. Il 30 settembre avrà inizio la requisitoria dei pm Federica Baccaglini e Roberto Terzo, che proseguirà il 5 e 8 ottobre, forse anche parte del 14 quando parleranno le parti civili. Il 15 ottobre inizieranno le difese dei 34 imputati. Entro i primi 10 giorni di novembre, dovrebbe arrivare la sentenza su questo primo filone del processo, per quanti hanno scelto il rito abbreviato (tra questi anche l’ex sindaco di Eraclea, Graziano Teso, accusato di favoreggiamento esterno e che si è difeso in aula per otto ore), che garantisce uno sconto di un terzo della pena, in caso di condanna.

Prosegue intanto parallelamente – e si prolungherà nel 2021 – il processo davanti al Tribunale presieduto da Stefano Manduzio per gli imputati che hanno invece scelto il rito ordinario, come lo stesso Luciano Donadio o l’ex sindaco di Eraclea Mirco Mestre, che subentrò a Teso (che si difende dall’accusa di voto di scambio). —

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