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Bricole corrose in laguna a Venezia, esposto alla Corte dei Conti: "Milioni buttati via"

Contestato il materiale dei pali che secondo Italia Nostra farebbe spendere il quadruplo perché non adatto al salso e si rivelerebbe più pericoloso

Eugenio Pendolini
2 minuti di lettura

VENEZIA.

Finisce sul tavolo della Corte dei Conti il finanziamento da oltre 1 milione e 300 mila euro di fondi per l’acqua alta stanziati per l’esercito di 800 pali in rovere nuovi di zecca che dovranno sostituirne altrettanti corrosi in laguna per garantire la sicurezza dei canali e della navigazione. In ballo, secondo le associazioni firmatarie dell’esposto (Caal, Venezia Cambia, Eco Istituto del Veneto, Italia Nostra), ci sarebbe un danno per le casse pubbliche di 5 milioni di euro, se si considerano solo le bricole in procinto di essere piantate in laguna. Ma che salirebbe addirittura a 91 milioni se si applicasse lo stesso modus operandi per tutti i 22 mila e 500 pali in laguna.

Nel mirino delle associazioni, stavolta, è finito l’intervento presentato a metà luglio dal sindaco e commissario delegato all’acqua alta Luigi Brugnaro, dal provveditore alle opere pubbliche del Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia Cinzia Zincone e del dirigente responsabile dei progetti Valerio Volpe. In quell’occasione, era stato annunciata la sostituzione di 280 mede (o gruppi di segnalazione, composti da 3 bricole) da realizzarsi con legname di rovere e senza alcun trattamento protettivo. Ed è su questo aspetto che si concentra l’esposto.

I firmatari citano infatti un rapporto del Cnr-Ismar del 2011 secondo cui organismi come le teredini mettono fuori gioco i pali in circa due anni. E proprio da questa constatazione, una serie di ricerche e approfondimenti su materiali alternativi (compresi quelli sintetici) aveva portato alla ribalta tra i tanti un metodo di protezione del legno con graffettatura metallica (unico con brevetto europeo) in grado di portare la resistenza delle briccole a (almeno) 15 anni.

«È l’unico prodotto autorizzato», spiega l’architetto Sandro Castagna, tra i firmatari dell’esposto e titolare del brevetto stesso, «come scrive del resto l’Avvocatura Civica nel 2014». In quell’occasione, l’avvocatura confermò che non ci sarebbero stati problemi ad assegnare in deroga con una procedura negoziata, anziché con un bando, per la fornitura dei pali e per di più a un prezzo vantaggioso per lo Stato.

Per un gruppo di pali in rovere graffettato, mettono nero su bianco i ricorrenti, ci vogliono 6 mila e 500 euro contro i 4. 792 del semplice rovere. I quali, però, nel giro di quindici anni andrebbero sostituiti almeno quattro volte proprio per colpa delle teredini, con un costo complessivo di 6 milioni e 710 mila euro (e cioè, l’imposto iniziale di 1,3 milioni per quattro volte, a cui aggiungere la somma iniziale per i primi pali).

Ma la forbice si allargherebbe ancor di più, se al posto dei 280 gruppi di segnalamento al centro dell’ultimo finanziamento per l’acqua alta si considerassero tutti e 7.300 (per un totale di 22.500 pali). In questo caso, e sempre considerando quindici anni di vita, i pali senza protezione costerebbero 139 milioni (comprendendo la loro sostituzione ogni due anni a causa delle teredini). Di contro, le graffette secondo le associazioni garantirebbero un costo totale di 48 milioni di euro.

«L’intervento ora approvato dal sindaco -commissario», aggiungono i firmatari, «rischia di essere addirittura controproducente e pericoloso. La sicurezza della navigazione ha occupato le cronache di questi anni per via di incidenti mortali provocati da spezzoni di pali di grande dimensione galleggianti o sommersi alla deriva che, poco visibili, provocano incidenti gravissimi durante la navigazione». —



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