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Camorra a Eraclea. «Erano Donadio, Poles e Teso a investire negli hotel di lusso»

Il testimone Nunzio Confuorto di fronte ai pm Terzo e Baccaglini e alle difese. Emersi i rapporti tra il boss, l’imprenditore e l’ex sindaco sui lavori a Eraclea Mare

Il processo.
C’era anche Nunzio Confuorto tra gli operai impiegati nella galassia di cantieri e subappalti targati Luciano Donadio, a Eraclea. Ed è in uno degli incontri nell’ufficio del capo, lo “zio” di Eraclea, che spunta tra i vari discorsi un hotel di lusso di Eraclea Mare. «Su quell’albergo con piscina ci avevano investito Donadio, Graziano Poles e Graziano Teso, l’ex sindaco di Eraclea. I lavori per quell’hotel poi sono stati bloccati perché non c’erano i soldi. Ma erano loro ad aver fatto l’investimento».

È l’episodio riferito ieri dallo stesso Confuorto, soprannominato “scarrafone”, imputato nel processo abbreviato e comparso ieri in qualità di teste al dibattimento, che mette in luce ancora una volta i rapporti del (presunto) clan dei casalesi di Eraclea con il mondo dell’imprenditoria (Graziano Poles, indagato e ora prosciolto per non luogo a procedere viste le sue gravi condizioni di salute) e con l’amministrazione cittadina (Graziano Teso è a processo per favoreggiamento esterno all’associazione mafiosa).

Dal rapporto con il nipote di Donadio, «la testa calda» di Antonio Puoti, fino al sistema di intestazioni fittizie di società e di fatture false, ieri Confuorto ha ripercorso gli episodi che l’hanno visto come protagonista o spettatore di episodi di ogni tipo. Come quando Donadio gli chiese di dare fuoco alla macchina del comandante dei vigili urbani di Eraclea, “colpevole” di aver dato una multa al figlio. «Me l’aveva chiesto, sì», le sue risposte al pm Roberto Terzo, «ma io mi rifiutai. Due giorni dopo, però, ho sentito che la macchina in questione aveva preso fuoco».

E c’è un’altra macchina a prendere fuoco in maniera sospetta. «Fui aggredito da una donna, e arrivò Luciano Maritan a chiedere spiegazioni. Ci incontrammo anche con Donadio per risolvere la questione. Due giorni dopo, la macchina della donna ha preso fuoco».


Intimidazioni, episodi di violenza. E affari. C’erano soldi in ballo, dietro alle fatture in bianco («Sgnaolin firmava al posto mio, per questo spesso abbiamo litigato») e alle intestazioni fittizie di società: affidate a prestanome, per di più a loro insaputa. È il caso della Pcm srl. «Ho scoperto solo nel 2016», ha raccontato ieri Confuorto, «di essere stato amministratore fin dal 2016. In quei quattro anni andavo in banca, ma pensavo di andare a prendere soldi per la mia azienda».

Stesso discorso per la Abel srl: «Non sapevo di essere socio, nel 2015 mi interrogarono per il fallimento. A difendermi fu l’avvocato Mestre, scelto e pagato da Donadio».

Dietro a questi favori, però, c’era un compenso da parte dello “zio” Luciano: «Mi regalò la casa». Casa che, come contestato dalla difesa Donadio, diventò a tutti gli effetti di proprietà di Confuorto dopo il passaggio davanti a un notaio. —


 

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