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Camorra a Eraclea. Salvati, la testa di legno. "Firmavo per Donadio. I lavori a casa di Poles e il voto dato a Mestre"

Il coimputato è accusato di aver fatto parte dell’associazione. Il giorno dell’arresto Luciano in caserma mi disse: «Mi raccomando»

Francesco Furlan
2 minuti di lettura

La deposizione



Donadio chiedeva. E lui si prestava. Mettendo la firma, le uniche due parole che sapeva scrivere: Salvatore Salvati. Classe 1962, otto figli giù a Napoli, analfabeta, capace solo della sua firma. «Quella sì, e quando Donadio mi chiedeva di firmare, io firmavo». Salvati, che ha scelto il rito abbreviato, è accusato di aver fatto parte dell’associazione mafiosa e di concorso in bancarotta. A lui il boss Donadio aveva intestato un paio di società, la Polifin e la Enjoy, di cui è stato amministratore rispettivamente tra il 2009 e il 2011 e tra il 2012 e il 2013. Salvati, nel rispondere alle domande dei pm Federica Baccaglini e Roberto Terzo, e poi a quelle degli avvocati della difesa, ha raccontato - anche se non sempre è stato facile comprenderlo, per l’uso del dialetto - il suo rapporto con il boss, con il direttore di banca Denis Poles, e con l’ex sindaco di Eraclea Mirco Mestre. Di Donadio l’ultimo ricordo che ha Salvati è questo: «Il giorno dell’arresto ci trovammo poi insieme in commissariato e lui mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “Mi raccomando”. Parole che ho ancora nel cervello».

Il rapporto con Donadio

Fu un amico, nel 1997, a suggerire a Salvati di contattare Donadio, che poteva dargli da lavorare su al Nord. «Sono venuto su, e facevo il manovale», ha spiegato Salvati, «abitavo nel suo appartamento sopra la sala scommesse in piazza a Eraclea con gli altri operai». Un rapporto di lavoro che, se pur con alcune parentesi - per la crisi del settore edile - è durato fino al 2014. Ma se all’inizio Salvati chiamava Babbo il boss che l’aveva accolto e gli aveva dato un lavoro, ieri Salvati si è detto infuriato con Luciano Donadio. «Perché se sono finito in questa cosa è colpa sua, si è anche tenuto i miei soldi della pensione di invalidità e di disoccupazione». Una somma di circa 22 mila euro che, secondo Salvati, il boss si sarebbe trattenuto con la complicità della sua segretaria, Claudia Zennaro. Salvati ha ammesso di essersi prestato a firmare vari documenti per Donadio, ma di essersene sempre disinteressato tanto da essere al corrente di essere amministratore solo di una delle due società. Salvati però, secondo la ricostruzione delle procura, pur non ricoprendo un ruolo prestigioso nell’associazione, era una pedina che a Donadio faceva comodo utilizzare.

L’audio e gli insulti

Emerge, per esempio, in una telefonata intercettata dagli investigatori il 18 gennaio del 2011, quando Donadio si arrabbia con Salvati perché avrebbe dovuto raggiungerlo da Napoli, dover era sceso, per firmare una serie di documenti. «Sei uno sporco uomo, se un uomo di m...a», gli urla Donadio al telefono. Quali documenti avrebbe dovuto firmare Salvati non lo sa. Ma nel corso dell’esame, rispondendo alle domande, ha spiegato come più volte negli anni si sia recato in banca, dove ad accoglierlo c’era Denis Poles, per firmare documenti. «Luciano mi diceva di andare, prima chiamava Poles e gli spiegava, poi io andavo e firmavo», ha spiegato Salvati. «Mi usava come testa di legno, mi facevano fare quello che volevano fare».

I lavori a casa Poles

Salvati ha raccontato di essere andato, sempre su indicazione di Donadio, a casa di Poles, a San Donà di Piave, per eseguire dei lavori. «C’era da pitturare la casa, Donadio mi ha mandato là con un furgone con i barattoli dei colori, e ho dato una mano al pittore». Circostanza contestata dall’avvocato Antonio Forza, difensore di Poles, secondo il quale non ci sarebbe corrispondenza tra la casa descritta da Salvati e quella in cui, davvero, abitata dal direttore di banca. «In quegli anni Poles l’ho incontrato 5-6 volte», ha aggiunto Salvati.

«Votare Mestre»

«E’ stato Donadio a presentarmi l’avvocato Mestre nel suo studio di San Donà. Sapevo che era l’avvocato di Donadio e tutti coloro ai quali succedeva qualcosa andavano da lui», ha spiegato Salvati. Aggiungendo che Donadio nel 2016 anno delle elezioni, gli disse che «bisognava dare il voto a Mestre, se vince lui andiamo bene tutti. E io lo votai». —


 

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