I novant'anni di Pier Luigi Pizzi: «Non potrei vivere altro che a Venezia»

Il grande regista e scenografo sta lavorando a una mostra per la Scala di Milano ma la sua prossima sfida espositiva sarà riportare Palazzo Fortuny, al suo stato originale di casa-museo

VENEZIA. I novant’anni li festeggia come sempre. Lavorando. A una mostra per la Scala di Milano, a un’altra per Versailles. Pensando anche al “Rinaldo” di Haendel che tra pochi giorni avrebbe dovuto debuttare al Teatro La Fenice, ma che invece prenderà per ora la strada del Maggio Musicale fiorentino. E poi c’è la prossima “sfida” a Venezia – la città in cui ha scelto di vivere, lui milanese di nascita, in una casa che fu anche uno degli atelier di Tiziano –: il riallestimento di Palazzo Fortuny. Dedicato a un grande scenografo, come è lui, oltre che regista. Lui è Pier Luigi Pizzi, architetto di formazione, poi scenografo e costumista e infine regista operistico di fama internazionale. Che lunedì – festeggiato anche dalla “sua” Fenice– taglierà il traguardo dei novant’anni. Senza sentirseli addosso.

Come sono stati questi ultimi mesi per lei?

«Ho passato nella mia casa di Venezia tutto il periodo dell’emergenza Coronavirus e, pur in una situazione difficile, per me sono stati mesi proficui di riflessioni e lavoro, che non si è mai interrotto. Ho scoperto ad esempio l’utilità delle videoconferenze, per lavorare a distanza senza la necessità di lunghi e faticosi viaggi in aereo e in modo molto più rapido e diretto. Così ho continuato a preparare la mostra che ho in programma per il Museo del Teatro alla Scala di Milano e quella sul pittore Hyacinthe Rigaud che sto allestendo per il Chateau de Versailles».

Pier Luigi Pizzi e Venezia: quando è cominciata?

«Il mio rapporto con Venezia dura da una vita, il mio primo spettacolo alla Fenice risale al 1951 per la Biennale teatro, quando avevo vent’anni. Ne sono passati altri settanta e il mio rapporto con questo teatro è sempre rimasto vivo e si lega anche a quello con la città in cui vivo da oltre vent’anni. Ormai non potrei immaginare la mia vita altrove. Ho scelto di vivere a Venezia perché, più di ogni altra città, per i suoi silenzi, l’assenza delle auto e la stessa forma urbis favorisce l’ispirazione, lo sviluppo di idee e di progetti. Oltre a questo c’è, naturalmente, la sua bellezza. Che non sfiorisce. Che è capace di stupirti ogni giorno. Il turismo non mi disturba, la città vive soprattutto di questo, ed è bene perciò che i turisti tornino a visitarla appena possibile. In questi mesi di isolamento, la città, deserta, come in una delle piazze d’Italia dipinte da De Chirico, era certo struggente, ma anche desolata».

Sono molti i progetti che anche in questo momento la legano a Venezia.

«In questi ultimi anni, intenso per me, oltre che quello con la Fenice, c’è stato il rapporto coi Musei Civici. Chiamato a collaborare dalla direttrice Gabriella Belli, ho curato il riallestimento del Museo del Tessuto, del Costume e del Profumo a Palazzo Mocenigo. Ma anche, a Palazzo Ducale, ho dato nuovo volto alle Sale d’armi e rinnovato l’illuminazione della Sala del Maggior Consiglio e di quella dello Scrutinio. Ho ripensato anche l’allestimento del Museo dell’Opera nel Palazzo Ducale, dove sono esposti i capitelli originali del colonnato esterno. Ora il nuovo progetto museale a cui sto lavorando con Gabriella Belli è quello di riportare Palazzo Fortuny, al suo stato originale di casa-museo. L’intervento è stato rallentato dalla pandemia e anche dai danni che il Fortuny ha subìto per l’acqua alta. Vogliamo riportare il palazzo al clima e al fascino dell’era Fortuny. In questi anni le sue opere sono state esposte con quelle di artisti contemporanei in una serie di mostre interessanti, ma in futuro le esposizioni temporanee saranno riservate al solo piano terra, mentre il primo piano nobile sarà interamente dedicato al mondo di Mariano Fortuny, ai suoi dipinti, alle sue collezioni. Nel secondo piano, invece vogliamo ricostituire l’atelier, con i telai, i tessuti e gli abiti – i Delphos – che lo hanno reso celebre, le scenografie per Wagner, gli studi di illuminotecnica: restituire insomma un’immagine complessiva, filologica di questo grande artista».

C’è un rimpianto?

«A Venezia, quello di non aver potuto realizzare il riordino delle Gallerie dell’Accademia, su richiesta dell’allora soprintendente veneziano Vittorio Sgarbi. Il progetto era pronto e avrebbe avuto anche un preciso significato: far uscire dai depositi importanti dipinti mai esposti».

Lei è instancabile.

«L’età per me non conta. Tra pochi giorni sarò a Spoleto per preparare l’inaugurazione, del Festival dei Due Mondi con l’“Orfeo” di Monteverdi. È slittato il “Rinaldo” di Haendel che con la mia regia avrebbe dovuto andare in scena alla Fenice il 19 giugno. Sarà riproposto a settembre al Teatro del Maggio Fiorentino, per poi tornare a Venezia. Ma la ripresa per i teatri sarà dura, anche perché il distanziamento, l’uso delle mascherine e la limitata occupazione delle sale non si legano a spettacoli che per la loro stessa natura hanno bisogno del contatto diretto col pubblico, che non può essere sostituito dai collegamenti in streaming».

Pizzi e l’Opera Barocca, da dove nasce il rapporto?

«La riscoperta da parte mia dell’opera barocca si lega al fatto che essa presenta un genere di musica molto dinamica e dà grande spazio alla scenografia. Ho sempre amato il Barocco, per il senso di libertà e trasgressione che trasmette, anche nelle sue valenze scenografiche. Ma mi sono occupato anche d’altro con le molte regie di Verdi e Rossini e l’attenzione all’opera contemporanea, che, a mio avviso, dovrebbe essere maggiormente rappresentata».

Com’è nato il suo passaggio alla regìa?

«Nasco scenografo oltre che costumista, ma il passaggio alla regìa è stato un fatto naturale, Perché ho sempre avuto interessi legati alla regia, Mi hanno proposto quasi per caso nel 1977 al Teatro Regio di Torino un “Don Giovanni” di Mozart. Segno del destino: con quest’opera avevo debuttato come scenografo nella lirica agli inizi della mia carriera». —

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