Si risveglia senza 15 mila euro dal conto corrente in banca

San Donò, trentenne vittima del “phishing”, sottrazione dei dati dall’app dell’home banking: il giovane ha presentato querela per frode informatica e si è rivolto a due legali

SAN DONA'. Spariti dalla notte al giorno 15 mila euro dal conto corrente, sandonatese vittima di “phishing”. Ora ha denunciato la banca presso la quale ha aperto il conto corrente e attivato il servizio di home banking attraverso l’applicazione sul telefonino. Sistemi apparentemente sicuri per i tanti ostacoli e codici frapposti ai prelievi, ma non infallibili.

È una delle prime vittime nel territorio del nuovo fenomeno del phishing, truffa on line attraverso la quale esperti hacker, cercano di ingannare la vittima convincendola a fornire informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso, oppure riescono abilmente a sottrarli grazie all’abilità nello sfruttare le tecnologie informatiche.

È quanto accaduto a S.F., trentenne di San Donà, che lavora in un pubblico esercizio, intestatario di conto corrente in una nota banca. Nel verificare il saldo del conto corrente, ha scoperto un addebito di 14.871 euro che non aveva mai effettuato né autorizzato. Accedendo al dettaglio della disposizione, ha accertato che l’importo era riconducibile a un bonifico eseguito poco dopo la mezzanotte.

Per i bonifici bancari dal conto corrente tramite l’home banking è necessaria una conferma mediante la digitazione di un codice che di volta in volta il cliente deve ricevere tramite SMS sull’utenza da questi registrato. SMS mai ricevuto, come lui ha attestato nella querela.

Il pomeriggio seguente, il trentenne ha ricevuto un SMS dalla sua compagnia telefonica, che lo informava della sostituzione della sim. Una sostituzione mai richiesta. A partire da quel momento, l’utente non è più riuscito a utilizzare il telefono, né per la funzione telefonica, né per internet. Così ha sporto querela ai carabinieri per frode informatica.

«Evidenti risultano i profili di responsabilità riconducibili ala banca», hanno spiegato i legali Angelo Lorenzon e Chiara Gasparotti nello studio legale di via Battisti, «responsabile per non aver predisposto adeguati sistemi di sicurezza informativa, sicurezza imposta e prevista dal Codice della Privacy. Se fossero stati osservati gli opportuni controlli, con verifica della provenienza del numero IP, certamente sarebbe dovuto arrivare un allarme presso l’istituto bancario e, conseguentemente, sarebbe stato necessario sottoporre a verifica la bontà della disposizione, garantendo l’inaccessibilità del dispositivo di pagamento a soggetti non autorizzati». —

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