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Venezia, nei tempi del coronavirus ora cresce l’erba nei campielli

La rivincita della natura sul turismo: diminuisce il calpestìo, nelle fessure dei masegni torna a spuntare la vegetazione. La città senza più le voci umane cambia ogni giorno e quasi torna alle origini

eugenio pendolini
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la scoperta

Fino a qualche mese fa qualcuno l’avrebbe definita incuria. Abbandono o addirittura degrado, i più solerti. Questo fino a prima che un virus rovesciasse tutto. Le abitudini di vita, il lavoro, le relazioni sociali. Non la natura in tutta la sua ricchezza, però. Così ora c’è stupore e ammirazione anche di fronte a quel verde, incolto, che a ciuffi si fa strada negli interstizi dei masegni in trachite. E tra l’erba spontanea, ecco anche qualche fiore giallo di tarassaco. Sta lì in bella mostra, proteso verso il sole caldo di fine aprile, beato al centro di campo de l’Anzolo Rafael. Niente a che vedere con le pianure delle zone alpine (fin sopra i 2 mila metri) o con le pianure verdi e spesso (appunto) incolte.


E a fargli compagnia c’è l’erba selvaggia in campiello degli Squellini, in campo San Sebastiano, in campo Sant’Agnese, in campo Sant’Angelo. Ma anche in campo San Giacometo, a Rialto, solitamente calpestato dai tacchi degli avvocati diretti in tribunale, dalla movida del sabato sera, dai passi frenetici dei turisti. Punti di passaggio, soprattutto con l’arrivo della bella stagione. E con l’arrivo di aprile. Il ritiro dell’uomo dalla città ha un numero preciso, se si guarda ai dati del turismo: tra aprile e maggio, sono di solito poco meno di due milioni i visitatori in città. Oggi, è tanto se quei fiori vedono dieci passanti in un giorno. Il ritorno della natura a Venezia è destinato a durare il tempo dell’emergenza sanitaria. Ma nel frattempo, le immagini delle acque dei canali trasparenti hanno fatto il giro del mondo, così come dei cormorani padroni della laguna, dei confini delle barene finalmente di nuovo ben tracciati dall’alto e non più nascosti (ed erosi) dal moto ondoso. Che succederà poi? Si tornerà alla normalità, con tutto ciò che ne consegue. Tornerà il turismo, le grandi navi, i negozi riapriranno e chi ha perso il lavoro potrà tornare a tirare un sospiro di sollievo. Ma ora sono in tanti a sperare che il fascino della natura, e di una città che della natura ha fatto la sua compagna di vita, possa trasformarsi in una maggior cura per Venezia. A sperare che le immagini di questo periodo non restino solo una cartolina, o un servizio buono per i documentari. E che la natura possa vivere insieme a una città che riparte. —

eugenio pendolini

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