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In aula il “sistema Vazzoler” ricostruzione dell’ex complice

Lo svizzero Albert Damiano ha raccontato come i soldi venivano ripuliti «Movimentati 40-50 milioni di euro l’anno: lui si stava comprando l’attico»

Cristina Genesin
2 minuti di lettura



Smagrito e scuro in volto, scortato da tre agenti di polizia penitenziaria: il dentista-faccendiere Alberto Vazzoler si è presentato puntuale ieri all’appuntamento davanti al tribunale, chiamato a processarlo per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio internazionale. Non dev’essere stata un’udienza facile per lui, anche se più difficile è vivere in carcere dove è tornato dal 15 novembre, in una cella con 10 letti a castello e altri 8 detenuti, per lo più stranieri e fumatori con i quali è lotta quotidiana solo per aprire la finestra e prendere una boccata d’aria. Ma tant’è. Forse è stato peggio ascoltare l’ex complice, Albert Damiano che, vuotato il sacco e uscito di scena dopo aver patteggiato 2 anni e 9 mesi, ha ricostruito in aula il “sistema Vazzoler”, il meccanismo per monetizzare i soldi accumulati nelle banche svizzere da risparmiatori evasori, prima che la terra elvetica fosse stralciata dalla lista grigia dei paradisi fiscali.

Il sistema vazzoler

«Risiedo in Canton Ticino e da lì procuravo i clienti grazie a fiduciari con contatti dentro le banche. Tutta l’organizzazione, dalle società alle pezze giustificative, veniva fornita da Vazzoler, che viveva a Padova, e da Elena Manganelli, che operava a Dubai. Al cliente era comunicato il conto intestato a una società sul quale doveva dare l’ordine del bonifico. Il danaro arrivava negli Emirati Arabi: qui la Manganelli li trasformava in contanti. Come? Tramite gli uffici cambio prelevava i soldi, giustificata di fronte alla legge locale da fatture per l’acquisto di lingotti d’oro. Quegli acquisti, però, non avvenivano» ha precisato Damiano, testimone del pm Roberto D’Angelo. Erano fatture per operazioni inesistenti. Ha continuato: «Poi Manganelli organizzava la spedizione del danaro che mi arrivava dentro sacchi piombati tramite il corriere Loomis International. Era sempre Manganelli a tenere la contabilità che chiamava la mia Bibbia».

Milioni a palate

E chi era la mente, ha domandato il pm? «Tutto è partito quanto in Italia è entrata in vigore la voluntary disclosure (lo scudo fiscale). È stata un’idea di Vazzoler e Manganelli che mi hanno contattato attraverso un comune conoscente: era il 2012. Ci incontrammo a Lugano, mi chiesero se potevo dare loro una mano per trovare i clienti».

I soldi giravano a palate. «Io movimentavo dai 40 ai 50 milioni di euro l’anno. In un anno ho guadagnato 300 mila euro... Vazzoler amava le cose belle, nel 2016 si stava comprando l’attico a Jesolo».

Per ogni transazione c’era una provvigione «dal 2 al 5% spartita in parti uguali fra noi...» ha raccontato l’ex socio che, prima aveva parlato dei clienti come evasori, poi ha cercato di ritrattare di fronte alle domande della difesa (il penalista Francesco Murgia e la collega Maria Grazia Stocco) e dopo una dichiarazione dell’imputato, deciso a sostenere la regolarità delle operazioni. È stato allora che la presidente del tribunale, Nicoletta De Nardus, lo ha richiamato all’obbligo di dire la verità. E ha chiesto: «Lei ha parlato di fatture per operazioni inesistenti e di finte transazioni in oro. Di fronte a questi dati oggettivi, non aveva la percezione di condotte illegali?». «L’avevo e oggi di più, visti i risultati».

Di nuovo in aula il 18 dicembre: parola all’imputato che ha presentato ricorso al tribunale del Riesame contro il ritorno in carcere. Ieri, tra i testi, era attesa la padovana Elena Manganelli ancora indagata (a Venezia) e rientrata a Dubai. Ma non ha nessuna intenzione di tornare. Ha inviato un messaggio (non sta bene e non può muoversi, scrive). E nessun certificato medico a dimostrarlo. —



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