Inchiesta Fincantieri, tra mazzette e minacce spunta la droga

Stress e fatica in cantiere si combattono con l’assunzione di pasticche per resistere a turni di lavoro massacranti. Maxi sequestro dei carabinieri

VENEZIA. Ne fanno uso soprattutto quando fanno il turno di notte e devono rimanere svegli ed efficienti e non sentire la fatica, il freddo d’inverno. La pastiglia di yaba, costa poco e non fa sentire la fatica e l’umiliazione di un lavoro che a volte viene pagato quattro euro all’ora e non si ha nessuna possibilità di chiedere il rispetto dei propri diritti. Per non pensare a tutto questo c’è lo yaba, la droga di Hitler. E al mattino quando finisce il turno escono dalla pancia della nave e stralunati, e veloci tornano a casa. 
 
Quando ci sono i primi sequestri della droga proveniente dal sud-est asiatico i carabinieri spiegano che la usano solo i bengalesi. Soprattutto quelli che lavorano alla Fincantieri. Fino all’altro giorno non era chiaro il perché.
 
Ora l’indagine “Paga Globale” ha svelato il motivo per cui questi disperati la usano. Dieci euro a pastiglia e per ore e ore gli operai lavorano come robot. Nessuno si ferma. S’infilano in pertugi impossibili e si calano in condotte come segugi in cerca della preda da stanare. Senza sosta per non rallentare la costruzione della nave e con una paga da schiavo.
 
La “paga globale” vuol dire che, nella busta, sei pagati 6 euro all’ora, e in quell’ora è monetizzato tutto: infortuni, ferie, malattie, tredicesima. Sei a casa con la febbre? Non prendi un euro. Perché tutto è già compreso in quella tariffa oraria. Tutto è monetizzato, ovviamente al ribasso. Perché accettare? O è così o te ne vai, non c’è margine di trattativa.
 
Ci guadagna il committente (Fincantieri, azienda di Stato) perché riduce i costi dell’appalto. Ci rimettono i lavoratori. In diversi casi, come già dimostrato da altre inchieste, se alzi la voce o vai dal sindacato arrivano le minacce e le percosse. E spesso per essere ancora più convicenti i titolari delle imprese minacciavano i famigliari degli operai rimasti nel paese di origine.
 
I nuovi schiavi costretti a turni massacranti nella pancia delle grandi navi da crociera in costruzione, si comperano la droga nel mercato chiuso della comunità bengalese. Trovano lo spacciatore nei locali gestiti da altri connazionali.
 
A volte le consegne avvengono a domicilio. Ma non è raro che la sera, al cambio turno, il pusher si piazzi nei pressi dello stabilimento Fincantieri a Marghera. Il consumo di yaba, da noi, è consistente. Del resto la comunità bengalese in città è la seconda in Italia per numero, dopo quella rumena. E chi non lavora nei ristoranti o ha un’attività commerciale, è dipendente di imprese di subappalto in Fincantieri.
 
Da almeno cinque anni la yaba ha fatto la sua comparsa in zona. All’inizio erano ritrovamenti casuali di qualche pastiglia, trovata a giovani operai e non. Poi via via sono aumentati i sequestri. Ma soprattutto sono diventati col tempo sempre più consistenti. E ogni volta il collegamento era con Roma e Monfalcone.
 
Un mese fa il più grosso sequestrato di questo stupefacente in Italia. Droga trovata tra Mestre e Roma e destinata alla piazza mestrina. I carabinieri del Nucleo Investigativo non avevano mai visto così tanta sostanza stupefacente, di questo tipo, in un sol colpo: quasi tre chili e duecento grammi che è come dire 31.160 pastiglie. È stata trovata al fornitore degli spacciatori bengalesi di Mestre e del Nordest.
 
E dopo altre cinquemila pastiglie trovate addosso a un pusher lo scorso anno in via Piave e le duemilacinquecento sequestrate a Monfalcone a pusher che riforniscono quella piazza di operai. L’inferno si combatte anche così. 
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