Droga e ’ndrangheta a Marcon, 170 anni di condanne fiumi di cocaina nelle casse di frutta e pesce

L’organizzazione importava lo stupefacente dal Sudamerica. Pena di 20 anni per il boss Violi, 10 anni al cognato Sculli

Un’organizzazione ben oliata, che dal Sudamerica faceva arrivare la cocaina destinata alle piazze del Veneto e della Lombardia attraverso casse di frutta e mazzancolle. Le indagini della Guardia di Finanza avevano permesso di ricostruire il traffico di cocaina, pura al 99 per cento, che arrivava dal Sudamerica: 600 chili di stupefacente tra i mesi di giugno e dicembre 2015 capaci di fruttare, se fosse stata piazzata sul mercato, qualcosa come 60 milioni di euro. Per questo, ieri in aula bunker a Mestre, la giudice Francesca Zancan ha comminato pene detentive per circa 170 anni ai 18 imputati dell’inchiesta “Picciotteria 2”, membri di un’organizzazione legata alla ’ndrangheta che hanno chiesto il giudizio con rito abbreviato e quindi con lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna.

Tra loro, anche Attilio Vittorio Violi, appartenente alla ’ndrina Morabito di Africo e trapiantato a Marcon fino all’arresto nel 2015, ritenuto al vertice dell’associazione. Per lui una condanna di 20 anni di reclusione (più altri tre anni, scontati rispetto ai dieci a cui era stato condannato nell’ottobre 2017 per aver importato altri 400 chili di stupefacenti).


Svariati i capi d’imputazione per cui gli imputati erano chiamati a rispondere a vario titolo. Tra questi associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti – per alcune posizioni la pm della Dda Paola Tonini ha contestato anche l’aggravante mafiosa – oltre che di ricettazione, riciclaggio e autoriciclaggio. Secondo quanto ricostruito dall’accusa, quando Violi era finito in cella nella prima tranche di arresti nel 2015, sul campo lo scettro era passato al cognato Giovanni Pietro Sculli e in subordine al cugino Rocco Scordo. Per questi ultimi due, la giudice Zancan ha deciso una pena rispettivamente di 10 anni e 2 mesi, e di 5 anni e 4 mesi.

Attorno a loro, una fitta organizzazione colpita da pesanti condanne: Antonio Catalano (12 anni e 4 mesi); Constantin Dascalu (1 anno e sei mesi); Mariana Dascalu (10 anni e 5 mesi); Guido Di Francesco (2 anni di reclusione); Antonio Femia (10 mesi); Nicodemo Fuda (10 anni e sei mesi); Franco Monteleone (11 anni e sei mesi); Santo Morabito (20 anni e 8 mesi); Leo Palamara (5 anni e dieci mesi); Mario Palamara (14 anni); Antonino Vadalà (9 anni e 4 mesi); Pasquale Vadalà (5 anni e 10 mesi); Pasquale Virgara (12 anni e 8 mesi); Leo Zappia (17 anni e 9 mesi). Durante la requisitoria, la pm Tonini aveva evidenziato come il gip che a inizio dello scorso anno aveva firmato l’ordinanza con cui venivano disposte le misure cautelari avesse sostanzialmente accolto il quadro accusatorio prospettato dalla Procura della Direzione distrettuale antimafia.

L’avvocato Mauro Serpico, difensore tra gli altri di Stefano Romeo e Santo Morabito, si dice pronto all’appello per l’episodio di violenza per cui è stato condannato il suo assistito Guido Di Francesco. Fabio Crea, difensore di numerosi imputati nel procedimento, si dice convinto che in appello ci sarà spazio per una «riforma importante delle pene assegnate». «Violi», ha spiegato l’avvocato, «è stato assolto dalla seconda associazione che gli era stata contestata mentre era in carcere, il che significa che è venuta meno l’aggravante mafiosa». —

Eugenio Pendolini

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