Razzismo al Cayo Blanco: «All’inizio ho pensato che fosse uno scherzo»

Sottomarina, la testimonianza di Pietro Braga, 18 anni, di origine etiope, in Italia da quando aveva 8 anni: «A bloccarmi il responsabile dei buttafuori» 

SOTTOMARINA. «Sulle prime credevo che i buttafuori mi avessero detto per scherzo che non potevo entrare perché ho la pelle scura. Poi ho capito davvero. Sono episodi, questi, che non si possono sentire nel 2019. Ai ragazzi che subiscono discriminazioni dico: denunciate, è doveroso. E abbiate fiducia nelle forze dell’ordine. È un problema anche chi sorvola su questi fatti gravi».

Pietro Braga sembra più maturo dei suoi 18 anni. Di certo quello che gli è successo non lo ha impaurito. Di origine etiope, in Italia da quando aveva 8 anni, a settembre frequenterà la quinta liceo scientifico ad Adria dopo un anno di studio negli States ed ha giocato anche nelle giovanili della Spal. È lui il ragazzo che a fine luglio è stato cacciato dal Cayo Blanco di Sottomarina.



La sua denuncia ai carabinieri, presentata attraverso l’avvocato Barnaba Busatto, ha dato il la - assieme ad altri episodi di violenza registrati sempre al Cayo Blanco - perché il Questore Maurizio Masciopinto disponesse giovedì la chiusura del locale per 15 giorni. A ciò si aggiunge il fascicolo in Procura che, come da prassi, verrà aperto a carico dei buttafuori. L’accusa ipotizzata nella denuncia è di violenza privata con l’aggravante del razzismo.

Pietro Braga, in queste ore in cui la sua storia è diventata un caso nazionale, ripercorre la sua serata al Cayo Blanco. Voleva andare a divertirsi con due amici. I due buttafuori all’ingresso hanno fatto passare i due amici, che hanno la carnagione chiara, mentre hanno bloccato Pietro. A nulla sono valsi i suoi tentativi di mostrare la carta d’identità per far vedere che è maggiorenne.

«Stasera gli africani non entrano. Abbiamo ricevuto ordini dall’alto», si è sentito dire il 18enne che all’inizio pensava ad una battuta (ben poco simpatica) degli addetti alla security. Ma così non era. E la dimostrazione era che, seduti fuori in attesa, c’erano altri due ragazzi - uno di colore e uno mulatto - che poco prima avevano ricevuto lo stesso trattamento. Ovvero locale off limits per il colore della pelle. Pietro a quel punto ha capito e chiamato la mamma, che si è messa subito in macchina da Adria verso Sottomarina, e l’avvocato Busatto.

È il responsabile dei buttafuori - secondo il racconto del ragazzo - che alla fine, dopo varie reticenze, ha spiegato il motivo di quella scelta razzista: «Ci sono stati due episodi di furto e quindi non facciamo più entrare ragazzi di colore».

È calato il gelo e il capo dei buttafuori se ne è andato, per tornare poco dopo - quando aveva capito che la situazione si stava surriscaldando con le chiamate ai carabinieri e al legale - “concedendo” a Pietro ed agli altri due ragazzi di colore di entrare. «Entri solo perché te lo permetto io. Ringrazia me se entri e stai zitto», la frase con cui avrebbe sancito il via libera. A cui Pietro ha risposto no, grazie.

Troppo grande la ferita, troppa rabbia per un’ingiustizia legata al razzismo. Alla mamma, il capo dei buttafuori ha parlato di un cartello in cui il locale si riserva di selezionare la clientela all’ingresso

. «Con quale criterio? Il colore della pelle?», si è domandata la donna. «Non ho rancore verso i buttafuori, non so se l’iniziativa sia stata loro oppure avessero ricevuto ordini superiori», aggiunge Pietro, «sono disposto a parlare con loro per chiarire». Chi finora non si è fatta ancora sentire, evidenzia l’avvocato, è stata la proprietà del locale.

Le porte, da parte di Pietro e della sua famiglia, restano aperte. —

Ru.B.

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