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Borile sapeva di truffare lo Stato

Base rimessa a nuovo la notte prima dei controlli dalla cooperativa Edeco, personale spostato da altre strutture per far numero

Rubina Bon e Carlo Mion
2 minuti di lettura

CONA. Secondo l’accusa Simone Borille era consapevole che stava truffando lo Stato quando compilava le schede della presenza del personale nei centri. Inseriva numeri nel rispetto ndel capitolato d’appalto, ma i lavoratori non c’erano, se non in minima parte.

L’idea di spostare da un centro di accoglienza ad un altro i dipendenti della Edeco, quando c’erano i controlli, era stata pensata a tavolino.

Lui era convinto, con i suoi collaboratori, che apparivano in realtà come vertici della Cooperativa, di poter continuare con questo sistema fino a quando c’era l’emergenza profughi. E più emergenza c’era e meglio andavano gli affari. Era l’unico che ci guadagnava con i no continui all’accoglienza diffusa dei comuni del Veneto.

I finanzieri del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria hanno calcolato che in poco più di un anno con le carte false Borile ha truffato allo Stato 204 mila euro. Lo ha fatto compilando documenti falsi dove veniva dichiarato che nei centri di accoglienza erano presenti lavoratori della sua cooperativa come stabilito dal capitolato di gara, ma in realtà mediamente erano la metà. Praticamente chi, ad esempio, doveva assicurare l’assistenza sanitaria non c’era quasi mai e l’insegnamento della lingua italiana avveniva saltuariamente.

Sempre secondo gli uomini diretti dal colonnello Gianluca Campana, Borile aveva capito che le Prefetture non avrebbero fatto più di tanti controlli soprattutto per la mancanza di mezzi e uomini.

Ma anche perché avevano il grosso problema di dover sistemare gli immigrati che puntuali arrivavano in Veneto e puntualmente i Comuni rifiutavano di ospitare. Di sicuro prefe tti e funzionari indagati non hanno intascato il becco di un quattrino per dichiarare il falso.

figuranti e detersivo

Tra gli operatori della Edeco erano soprannominati “figuranti”. Termine, questo, che gli ex lavoratori di Edeco hanno riferito pari pari agli inquirenti quando sono stati sentiti in fase d’indagine.

Non c’era nome più adatto visto che i “figuranti” erano operatori della coop padovana di stanza in altre strutture rispetto a Cona che venivano spostati all’ex base militare in occasione delle visite ispettive. Con un solo obiettivo: fare numero.

Le indagini hanno dimostrato come la media di personale fosse inferiore di 14 unità rispetto a quanto previsto dal contratto. Ma nell’informativa dei carabinieri sull’inchiesta parallela di Padova, sempre su Edeco, gli ex operatori al lavoro a Cona avevano parlato di numeri ancora inferiori: «Eravamo circa 8-10 con 800 ospiti, mentre in occasione dei controlli arrivavamo anche a 50 operatori».

Gli stessi ex lavoratori hanno raccontato ai finanzieri veneziani come la mattina delle visite ispettive, all’interno della base di sentisse «profumo di detersivo» che evidentemente non si percepiva tutti gli altri giorni.

Le pm Federica Baccaglini e Lucia D’Alessandro sono convinte che fosse merito delle “soffiate” sulle visite che sarebbero arrivate dalla Prefettura direttamente ai vertici di Edeco. Anche nello spazio di una notte, hanno accertato le indagini, il centro di accoglienza era in grado di essere “trasformato” per l’ispezione.

le difese

«Come ha spiegato in due interrogatori, Paola Spatuzza ritiene di aver agito correttamente per garantire l’effettività dei controlli e la presa di coscienza sulle reali condizioni degli ospiti. Quel che faceva, lo metteva per iscritto. Sono state fatte anche ispezioni a sorpresa e inflitte sanzioni per inadempienze».

Così l’avvocato Alessandro Rampinelli, difensore della vice prefetto (non può responsabile dell’area Immigrazione) indagata per rivelazione del segreto d’ufficio per aver preannunciato una visita ispettiva alla struttura di Dolo, gestita sempre da Edeco, e di aver ordinato ai collaboratori di annunciare altre visite in strutture a Mestre, Marghera e Cavarzere, non legate ad Edeco ed estrenee all’inchiesta.

Si difende anche Rita Francesca Conte, funzionaria della Prefettura accusata di rivelazione del segreto d’ufficio, con l’avvocato Alessandro Lison: «Ho seguito le indicazioni del mio superiore». Nel corso dell’indagine quasi tutti gli indagati hanno risposto alle domande delle pm. Si sono avvalsi Simone Borile e Sara Felpati. —


 

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