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Eraclea, per i giudici Mestre sapeva bene cosa significava avere i voti del boss dei Casalesi

Le motivazioni del Tribunale del Riesame alla base del mancato accoglimento della richiesta di scarcerazione del sindaco

Francesco Furlan
2 minuti di lettura

ERACLEA. Mirco Mestre, dimissionario sindaco di Eraclea, sapeva con chi aveva a che fare. Conosceva Luciano Donadio, di cui in passato era stato anche avvocato, conosceva il suo spessore criminale e sapeva che chiedere a lui i voti - se pur attraverso il carrozziere Emanuele Zamuner, che lo aiutava nella campagna elettorale per conquistare il municipio di Eraclea - equivaleva a chiederli al boss dei Casalesi. Per questo il Tribunale del Riesame ha respinto (presidente Licia Marino, giudici a latere Savina Caruso ed Alessandro Gualtieri) la richiesta di annullamento dell’ordinanza a carico del primo cittadino dimissionario promossa dall’avvocato Emanuele Fragasso, oltre che quella avanzata per Emanuele Zamuner dall’avvocato Federica Bassetto.

Le motivazioni. Le motivazioni del tribunale del Riesame sono state depositate ieri. Settanta pagine nelle quali i giudici, sulla base degli elementi presenti nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Marta Paccagnella su richiesta del sostituto procuratore Roberto Terzo, e sulla base di quanto emerso negli interrogatori successivi all’arresto, hanno ricostruito e messo in fila gli elementi che hanno portato agli arresti di Mestre, per voto di scambio mafioso, e di Zamuner, accusato di essere il tramite tra l’allora candidato sindaco e il boss Donadio.

Il contesto. Nella prima e corposa parte delle motivazioni infatti i giudici del Riesame ricostruiscono il contesto dell’associazione mafiosa - né al sindaco né a Zamuner la procura contesta l’adesione all’associazione - e del suo radicamento nel territorio di Eraclea. Una organizzazione capace di imporre, nella località del litorale, una sorta di “pax” sociale ricorrendo alle modalità mafiose per mantenere il controllo, affidato ai Casalesi di Eraclea. Casalesi le cui «dinamiche criminali trovano ampia condivisione in una parte della popolazione locale che sembra apprezzare le modalità con le quali viene mantenuto l’ordine pubblico all’interno del circondario di Eraclea», annota ad esempio la guardia di finanza in una informativa del 2017. «Noi dobbiamo ringraziare a tuo papà se a Eraclea stiamo tranquilli», dice un barista ad Adriano Donadio, figlio di Luciano.

Campagna elettorale. E’ in questo contesto che matura la campagna elettorale che, nel giugno del 2016, porta all’elezione di Mestre con il contributo decisivo di Donadio che, come promesso e garantito a Zamuner, ha portato a Mestre - poi risultato vincente per 81 preferenze - un centinaio di voti, tra familiari e sodali dell’associazione. Anche in un recente interrogatorio Zamuner ha confermato di aver informato Mestre dei voti di Donadio, sostenendo però di non sapere che quei voti portavano la firma dei Casalesi. Ma su quest’ultimo aspetto delle dichiarazioni di Zamuner, l’interpretazione del Riesame - come emerge nelle motivazioni - va in direzione opposta. Vale per Zamuner - davanti a lui Donadio ha pronunciato discorsi che mettevano bene in chiaro il suo calibro e la sua appartenenza ai Casalesi. E vale per Mestre, il quale per anni era stato l’avvocato di Donadio. I rapporti tra i due duravano dal 2006: Mestre aiutava Donadio e i suoi sodali nella risoluzione del problemi societari, nella “regolarizzazione” di operai che non figuravano essere assunti, con suggerimenti per trarre vantaggi da società in fallimento. C’è una conversazione, nel maggio del 2016, che secondo la procura era stata illuminante dei rapporti tra Mestre, Zamuner e Donadio. La richiesta di Mestre a Zamuner è di «tenere assolutamente segreto l’appoggio elettorale del gruppo di Donadio essendo questo noto come “mafioso” in tutto il territorio di Eraclea date anche le precedenti vicissitudini giudiziarie».

Il patto. Voti in cambio della possibilità di realizzare una centrale a biogas nella frazione di Stretti di Eraclea. In molti, a sostegno del sindaco - compresi esponenti politici della sua maggioranza, ancora in piedi, se per poco - in questi giorni hanno evidenziato come l’iter autorizzativo della centrale sia stato presto interrotto ma il patto mafioso-elettorale, come ricordano i giudici, si consuma con il solo impegno del politico a promettere benefici. Dopo le elezioni Mestre e gli uomini di Donadio si incontrano in alcune occasioni per parlare del progetto di Stretti. Ma in luoghi discreti - e comunque non nell’ufficio del municipio - per evitare che qualcuno li potesse vedere insieme. —


 

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