Quando Donadio rischiava di essere “sparato” dai clan

Prima di diventare potente a Eraclea l’imprenditore arrestato per camorra era dovuto ricorrere ai buoni uffici di Raffaele Buonanno per non essere ucciso

ERACLEA. La legge di Luciano Donadio imperava ad Eraclea da anni e chi sgarrava era destinato a soccombere. Così hanno ricostruito le indagini della Dda. Ma c’è stato un tempo (piuttosto lontano) in cui anche il boss dei Casalesi a Eraclea se l’era vista brutta.

Era il tempo in cui il suo dominio non era ancora consolidato. Lo racconta il pm Roberto Terzo nelle carte dell’inchiesta. A parlare è Raffaele Buonanno (anch’egli arrestato nell’ambito della maxi operazione del 19 febbraio) durante un viaggio nel 2010 con Vincezo Vaccaro, che poi vuoterà il sacco con la Procura, verso Casal di Principe.

È lo stesso Buonanno a sostenere che i collegamenti con i Casalesi sono garantiti da lui (imparentato attraverso la moglie con esponenti di vertice dei clan Bianco e di Francesco Bidognetti) e dal fratello, non certo da Donadio.

«A Casale non lo conosce nessuno, neanche la mamma e il padre lo conoscono. Lo conoscono... perché è socio mio», dice Raffaele Buonanno riferendosi a colui che poi diventerà il boss, non sapendo che nell’auto c’è una microspia che registra. «Qua sopra qua venne uno da giù che lo doveva sparare... Che doveva prendere 90 milioni», prosegue Bonanno.

A spiegare l’intercettazione è il pm nelle carte: «Anni addietro ad Eraclea era giunto un uomo incaricato da non precisati esponenti criminali di Casal di Principe che dovevano sparare a Donadio perché si era comportato male». Il motivo? Non aver onorato gli obblighi solidaristici verso il sodalizio, dovendo ancora versare 90 milioni di lire. Era stato Raffaele Buonanno a scongiurare che contro Donadio venissero esplosi i colpi, contattando a Casal di Principe il fratello Antonio e facendo pesare i rapporti di parentela con i big dei Casalesi.

A Buonanno, almeno all’inizio, non piaceva il modo di fare di Donadio che si vantava troppo dei suoi collegamenti con i Casalesi, rischiando di compromettere i rapporti tra il gruppo di Eraclea e la casa madre: «Da quanto tempo mi conosci, ti ho mai detto che appartengo a qualcuno? Io ci appartengo davvero ma non me ne frega».

«È l’importante conferma», scrive il pm Terzo, «che Donadio era stato accreditato all’organizzazione criminale di Casal di Principe proprio grazie ai collegamenti personali con il suo socio Raffaele Buonanno». Per evidenziare la supremazia su Donadio, Buonanno si vantava di aver lui stesso finanziato gli esordi imprenditoriali del socio: «Qua è diventato qualcuno solo perché ha fatto un salto di qualità... con i soldi di Raffaele».

Buonanno lo considerava anche un debole dal punto di vista criminale: accusato di usura per 350mila euro e per questo finito in carcere, Luciano non era stato in grado di reagire contro la vittima: «Perché non è andato ad ucciderlo? Sono quattro anni... Non ha trovato nessuno in quattro anni?». —


 

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