Gli affari della cosca gestiti da insospettabili

Il ristorante nel veronese gestito da Multari

Il Ros ha sequestrato documenti a dei punti di riferimento dei fratelli Multari

VENEZIA. Una bancario, un notaio e un commercialista i punti di rifermento dei fratelli Multari. Le indagini che riguardano la famiglia calabrese vicina alla cosca della ’ndrangheta Grande Aracri, dopo gli arresti di martedì, ripartono dai documenti sequestrati durante le perquisizioni negli uffici dei due professionisti e della banca.

Multari

Documenti che ora vengono passati al setaccio. Si tratta di materiale fondamentale per gli investigatori del Ros, convinti che solo con l’aiuto di persone compiacenti i Multari sono diventati nella Bassa Veronese “gli intoccabili di Zimella”. A questi documenti si aggiungono altri imprenditori che, vittime dei calabresi, hanno trovato il coraggio di parlare dopo gli arresti.


I colletti bianchi

Le indagini ora puntano a individuare chi ha collaborato con i Multari per agevolare le attività illecite. E in particolare per perfezionare il riacquisto attraverso prestanomi di case e beni sequestrati dallo Stato perché proventi di attività illegali. I sequestri sono avvenuti negli uffici di un notaio di Lonigo, di una banca e di un commercialista di Verona.

In questi uffici sono transitate tutte le operazioni che riguardano i beni e i soldi sequestrati ai Multari dallo Stato e che loro hanno recuperato utilizzando prestanomi. Ma non solo. Infatti facevano in modo che le aste andassero deserte per far abbassare i prezzi. In sostanza, come scrive il gip Barbara Lancieri, «usando metodi mafiosi».

Per gli investigatori questo non bastano per ottenere il risultato finale se non hai dei “colletti bianchi” che sistemano la documentazione. Sono gli insospettabili su cui ogni gruppo mafioso può contare re se vuole affermarsi su un territorio. E anche i Multari nel tempo ne hanno impiegati se sono diventati gli “intoccabili di Zimella”. Almeno vent’anni di collusione che ha consentito alla famiglia calabrese, arrivata trent’anni fa nella Bassa Veronese, di diventare un punto di riferimento per la ’ndrangheta che voleva infiltrare il tessuto socioeconomico a Nordest.

Metodi violenti

Ci sono decine di episodi ricostruiti nei due anni di indagini dai carabinieri coordinati dal pm antimafia Paola Tonini che testimoniano i metodi dei Multari per convincere possibili acquirenti o pubblici ufficiali a fare andare deserte le aste dei loro beni.

Ad esempio quando si presentano due possibili acquirenti e un avvocato per vedere la casa di uno dei fratelli a Zimella, i tre vengono circondati da alcune auto dalle quali scendono otto uomini, tra cui Domenico Multari, che per essere convincente disse: «Sapete chi sono io? Andate in internet e cercate chi è Domenico Multari».

C’è poi un episodio dal quale si capisce che i Multari non avevano certo scrupoli, nemmeno davanti alle persone sul letto di morte. La vicenda riguarda la casa di Antonio, figlio di Domenico. I calabresi riescono a riacquistarla all’asta grazie ad un prestanome. Si tratta di una donna che poi si ammala gravemente. Mentre lei sta lottando per la vita, Antonio e il padre la raggiungono in ospedale e la fanno firmare il passaggio di proprietà. Lei non era certo in grado di capire cosa stava facendo. —


 

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